Hidden Away

Hidden Away Hidden Away – J. K. Kilhey

 

Content warnings: storia d’amore inventata, ricerche storiche fatte bene, WWII, sterminio, persecuzione degli omosessuali, violenza parzialmente descrittiva, violenza sessuale parzialmente descrittiva, sesso parzialmente descrittivo, PTSD, alcolismo, incubi descrittivi, scene di guerra descrittive, scene di morte descrittive.

 

Non è il lavoro che ci rende liberi. È la conoscenza.

(altro…)

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E gli atei? Ci ha pensato Obama

Con la firma di Obama, la legge U.S.A. sulla libertà di religione protegge gli atei

22 dicembre 2016 – di Alex Johnson

 

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Quando il 16 dicembre il Presidente Barack Obama ha firmato una modifica della legge U.S.A. che protegge la libertà di religione, una clausola ha attirato particolare attenzione: da ora la legge statunitense riconosce i non credenti praticamente come un gruppo religioso.

Non molti si erano accorti delle firme di Obama ad alcuni emendamenti all’Atto per la Libertà Religiosa Internazionale, a parte le comunità di atei, agnostici, e altri che si autodefiniscono “umanisti”.

Per la prima volta, questa legge – originalmente ratificata nel 1998 – specifica che “la libertà di pensiero, di coscienza e di religione, è intesa per proteggere credi teisti e non-teisti e il diritto di non professare o praticare alcuna religione”.

Tra altre cose, gli emendamenti principali alla legge che promuove la libertà religiosa attorno al mondo:

– permettono agli Stati Uniti di prendere come bersaglio “entità particolarmente preoccupanti” (cioè gruppi che non siano nazioni sovrane, come ad esempio l’ISIS e Boko Haram).
– Attivare sistemi per tenere traccia dei prigionieri per motivi religiosi all’estero.
– Richiedere che tutti gli ufficiali in servizio all’estero seguano corsi di preparazione riguardanti la libertà religiosa.

L’aggiunta di protezioni dei credi non-teisti o persino non esistenti è stata proprio ignorata da molti notiziari. Ma per Roy Speckhardt, direttore esecutivo dell’associazione senza fini di lucro American Humanist Association (Associazione Umanista Americana), questo cambiamento è un momento storico che merita di essere celebrato.

“Che i non-teisti siano ora riconosciuti come una classe protetta è un passo avanti significativo verso la piena accettazione e inclusione degli individui non religiosi, che tuttora sono spesso stigmatizzati e perseguitati in tutto il mondo”, ha affermato Speckhardt.

“I legislatori stanno finalmente riconoscendo la dignità umana degli umanisti e garantendo alle comunità non-teiste le stesse protezioni e il rispetto che sono garantiti alle comunità religiose”, ha detto.

Nel suo rapporto annuale del 2016 (scaricabile in PDF dal link https://goo.gl/1NLrX4), la Commissione U.S.A. sulla Libertà Religiosa Internazionale, un comitato federale stabilito dalla prima versione dell’Atto del 1998, evidenzia numerose istanze di persecuzioni ai danni di atei e altri non credenti.

Il rapporto non fa favoritismi, individuando importati alleati degli Stati Uniti quali l’Arabia Saudita, dove il poeta Ashraf Fayadh è stato condannato a morte lo scorso anno per “apostasia”, nello specifico, per aver diffuso l’ateismo. La sentenza è stata ridotta nel febbraio 2016 a otto anni di prigione e 800 frustate.

In effetti, alcuni regolamenti messi in atto nel 2014 dal Ministero degli Interni Saudita classificano “promuovere qualunque forma di pensiero ateo” come terrorismo.

Il rapporto critica duramente anche l’Egitto, che lo scorso febbraio ha condannato Mustafa Abdfel-Nabi, un attivista online, alla detenzione in contumacia per “blasfemia” dopo la pubblicazione di alcuni post riguardo l’ateismo sulla propria pagina Facebook. Un anno prima, un altro utente di Facebook, Sherif Gaber, era stato condannato alla detenzione per aver discusso online le proprie opinioni atee.

“La libertà religiosa per tutti, teisti e non-teisti, è un valore americano che dobbiamo proteggere” ha affermato Matthew Bulger, direttore degli affari legali dell’American Humanist Association.

Ma non sono solo i gruppi umanisti ad elogiare la riforma.

“Proteggere credi non-teisti e richiedere maggior preparazione sulla libertà religiosa per i nostri ufficiali in servizio all’estero risalta i nostri valori condivisi di libertà religiosa per tutte le persone del mondo”, ha detto J. Brent Walger, direttore esecutivo del Baptist Joint Committee for Religious Freedom (Comitato Battista Unificato per la Libertà Religiosa), una coalizione di oltre una dozzina di confessioni battiste.

“Siamo felici che la libertà religiosa trovi ancora un ampio supporto sia tra i repubblicani sia tra i democratici” ha affermato Walker, un ministro consacrato, al The Baptist Standard (https://goo.gl/0j4jkY), una pubblicazione di matrice battista.

 

Articolo originale della NBC News qui

 

Traduzione a cura del gruppo CPI – Interpreti e Traduttori

 

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La geografia della pasta italiana: La letteratura sulla cultura regionale del cibo

(Segue dalla puntata precedente)

Esiste oggi una considerevole letteratura sugli aspetti geografici e demo-etno-antropologici del cibo, nonché un’amplia bibliografia riguardo temi quali carestie, nutrizione e cambiamenti nell’agricoltura. Nell’antropologia sociale, le interpretazioni sulla struttura delle abitudini alimentari basate su simbolismi e significati sono state largamente superate; attualmente si predilige un approccio materialistico che evidenzia gli aspetti pratici. Tuttavia, solo di recente i sociologi hanno mostrato interesse nella cultura del cibo. Forse per questo gli esperti di scienze sociali non si sono sforzati molto di studiare la storia culinaria dei paesi sud-europei, e che il mito della diffusione della pasta via terra dalla Cina è rimasto per lungo tempo in auge. I sociologi studiano la cultura alimentare ipotizzando sia processi di differenziazione ed esclusione, sia quelli inversi di assimilazione e inclusione. Il primo tipo di processi (differenziazione ed esclusione) permette il mantenimento delle identità culturali da parte dei gruppi etnici di pertinenza, mentre i processi di differenziazione ed esclusione hanno come risultato la diluizione delle culture genitrici. Entrambi gli estremi sono insidiosi, poiché mentre l’assimilazione completa può portare alla sparizione di determinati tipi di cucina, la separazione completa li ghettizzerebbe.

In questo contesto sociologico, si può sostenere che una pietanza distintiva di una regione serve non solo a rafforzare l’integrazione all’interno di un gruppo etnico, ma anche ad escludere coloro che non ne fanno parte. Il fattore etnico si può considerare sia primordiale, sia situazionale; una cucina caratteristica riflette la lunga storia delle relazioni sociali reciproche all’interno di un gruppo etnico. Ragionando in termini spaziali, gli stili alimentari caratteristici possono essere analizzati in relazione al loro ambiente di provenienza, alle loro “biografie culturali” (in altre parole, alla storia della loro diffusione) e alle loro radici storiche.

Oltre ai fattori etnici, la stratificazione sociale può essere un fattore che differenzia molto le culture alimentari; l’emergere nella storia di tratti gastronomici differenziati a in base alla classe sociale (l’alta cucina della piccola nobiltà contrapposta alle pietanze spartane dei contadini) ha contribuito a differenziare le società su base regionale. Così, le tradizioni culinarie possono essere legate sia al raggruppamento etnico, sia al controllo e alla manipolazione delle strutture di classe. Inoltre, si può notare che i cibi esotici e i prodotti delle tavole più ricche hanno cominciato solo di recente a diffondersi giù per la scala sociale. D’altro canto è stato dimostrato che la cultura di classe non è così rilevante al fine di comprendere le tradizioni alimentari nei casi in cui le classi inferiori si sono generalmente rivelate in grado di nutrirsi bene.

Le tradizioni culinarie del mondo moderno vanno esaminate sullo sfondo dei cambiamenti nella produzione agricola, nel marketing e nel commercio, nei comportamenti sociali e nelle abitudini di preparazione del cibo. Tali cambiamenti hanno potenzialmente causato la disintegrazione delle tradizioni regionali in qualcosa di spazialmente più amorfo. Cionondimeno, i processi di adozione e diffusione del cibo sono spesso lenti, la diffusione in particolare può essere ostacolata dalle strutture di classe, dai principi morali, dalla compatibilità delle diete, dalla percezione di ciò che è accettabile, e naturalmente da costi disponibilità dell’alimento in questione. In breve, molti mantengono atteggiamenti conservativi verso il cibo, preferendo ciò che è familiare a ciò che è esotico. È stato suggerito che il tradizionalismo nelle preferenze alimentari sia un fattore storicamente comune alle popolazioni umane, poiché il commensalismo è un rituale sociale fondamentale che combina il socializzare col mangiare – due dei più efficaci elementi di rinforzo degli schemi comportamentali umani. Si aggiunga che nelle società dell’Europa occidentale il cibo è stato tradizionalmente sottoposto a forti limiti di ordine economico, sociale ed ecologico. Il consumo di cibo è dipeso storicamente da un sistema diversificato di produzione domestica, il quale promuoveva, nella società e nella cultura, schemi alimentari talmente rigidi da sconfinare nella coercizione. D’altro canto, storicamente sia le carestie, sia i raccolti abbondanti fecero sì che le innovazioni alimentari si diffondessero più rapidamente. In seguito alle carestie, la forza della disperazione abbatteva gli ostacoli culturali al consumo del cibo innovativo; i raccolti relativamente più abbondanti del nuovo prodotto ne promuoveva d’altra parte l’aumento del consumo.

Ad ogni modo, l’Italia ha preservato le sue tradizioni culturali meglio di tanti altri paesi che si trovano alle prese con lo stesso processo di modernizzazione. In seguito, esamineremo come questo si manifesti relativamente al linguaggio della pasta, alla varietà delle forme che assume e dei modi in cui viene preparata, e ai fattori ambientali in cui si sono sviluppate le variazioni regionali.

(continua…)

[Questo post e quelli appartenenti alla stessa serie sono la traduzione riadattata dell’articolo di David Alexander “The Geography of Italian Pasta”, The Professional Geographer (2000) 52: 553–566. doi:10.1111/0033-0124.00246. La traduzione è pubblicata con il permesso dell’autore. Si ringrazia Martina Oddo per la collaborazione.]

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Il grande gioco all’equivoco

Oggi ho sentito un discorso di Bertrand Russell, quel piccolo capolavoro che e’ “Perche’ non sono cristiano“. I primi cinque minuti li passa a parlare di cosa vuol dire “cristiano”, dicendo non senza una punta di ironia (e forse sconforto) che il termine non vuol dir piu’ molto; che il termine un tempo significava accettare una serie di credenze precise alla sillaba ma che cio’ non era piu’ vero. Diceva questo il 6 marzo 1927, quasi un secolo fa. Ma quand’e’ che essere cristiano aveva un senso preciso? Quando e’ stato che si e’ visto un fronte cristiano coeso, compatto, dotato di un’unica dottrina?

Forse nei 4 secoli precedenti il suo discorso qualcosa si trova.
No, alla fine del medioevo in effetti c’e’ stato quello screziuccio da niente chiamato riforma e controriforma…
Dai, 4 e 4 otto, torniamo al 1200!
Se si facevano le crociate, bisognava che i cristiani fossero ben uniti! Eh, spiegatelo ai poveri cristiani albigesi, che di crociata se ne sono vista arrivare una dietro il collo, per non parlare del fatto che sono stati tra le primissime vittime dell’inquisizione, solo perche’ credevano al bambin gesu’ nel modo “sbagliato”.
Anno 1000?
di li a poco scisma d’oriente e d’occidente, mica una cosa da poco! Scomuniche magiche che volavano da tutte le parti, oltre alla importantissima questione di chi e’ che doveva avere il ruolo di discendente degli apostoli e indossare l’armatura d’oro!

In realta’ ci mancano piu’ o meno 30.000 rami

Ok, facciamo cosi’, saltiamo direttamente alle origini della chiesa: concilio di nicea, anno 325. No, li’ non erano manco d’accordo su se il protagonista fosse un dio o meno. E i vangeli e gli atti degli apostoli a sentire certi professoroni come Ehrman sono stati messi per iscritto per avere una pezza d’appoggio nelle diatribe con altri che si definivano cristiani ma non erano d’accordo su un’infinita’ di cose. In particolare ci sono i cristiani gnostici che esistono ancora oggi dal II sec. e hanno una dottrina che e’ un bel po’ diversa da quella di qualsiasi altro cristiano.

Che pero’, dai, non siamo superficiali, parliamoci con queste persone!
E a parlarci si scoprira’ che pure tra quelli che dicono di appartenere alla stessa dominazione, gente che magari a messa ci va e si siede fianco a fianco, beh non sono d’accordo tra loro manco su di che colore e’ il cavallo bianco di napoleone. E spesso e volentieri pure una singola persona non rispondera’ allo stesso modo durante tutta la sua vita di credente. Come pure tal volta capitera’ che vi dica in un momento che per andare in paradiso bastano le opere e poi recitera’ a memoria che extra ecclesiam nulla salus, che vuol dire precisamente che non bastano le opere.

Ma non si pensi che questo e’ un atteggiamento esclusivo dei cristiani! Tutte le religioni hanno questo meccansimo frattale di disaccordo continuo, in cui per ogni insieme di idee e teste si troveranno due sottoinsiemi divisi su questa o quella opinione. Eppure su una cosa sono sempre tutti d’accordo, “la nostra e’ l’unica vera fede”. Il buon segnodellacrocista seriale sara’ sempre d’accordo con chi gli dice che “noi cristiani abbiamo la Verita’ “.

Il problema e’ che quando se lo dicono, e’ solo un equivoco. Immaginate la convention degli amanti della pesca, dove gli amanti della pesca entrano gratis.

-“Quanti biglietti?” fa il bagarino
-“Nessuno, noi amiamo la pesca” risponde Sampei il pescivendolo
-“Ah perfetto, entrate pure. Prossimo gruppo, quanti biglietti?” chiede il bagarino guardando oltre
-“Anche noi amiamo la pesca!” esclama Alvaro il contadino
-“Ammazza, che culo oggi, da questa parte!” fa il bagarino pensando che pure stasera la pastasciutta se la prende solo alla mensa dei poveri

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Vi fa un po’ strano? beh, per le religioni e’ proprio la stessa cosa, vanno d’amore e d’accordo fin quando non si spiegano a vicenda che stanno dicendo. Ma questo tipo di equivoco del concordare su frasi identiche perche’ si sostengono significati spesso diametralmente opposti, non e’ solo un fatto incidentale, bensi’ un elemento centrale della capacita’ delle religioni di proliferare e adattarsi. La comunita’ cristiana nemmeno si formerebbe se portassero scritto in fronte chi ci crede e chi no alla storiella della donna costola o quella della vergine che rimane tale durante il parto.

Il movimento ateo inglese, infatti ha deciso di vedere il bluff e davanti a un censimento che riportava un solido 50% e rotti di cristiani, ha commissionato un sondaggio che andasse oltre l’equivoco del nome e chiedesse se si intendesse la cattura di pesci o la frutta, con il risultato che di quei cristiani meno della meta’ ritiene che un certo gesu’ cristo sia esistito e risorto in quanto figlio di dio.

Prendi due di quei cristiani anglosassoni, presentali dicendo “bill, questo e’ todd, todd, questo e’ bill, siete entrambi cristiani” e quei due penseranno di avere qualcosa in comune, chiudi la presentazione con “bill pensa che gesu’ sia il figlio di dio risorto per i peccati dell’uomo, todd festeggia il natale per avere i regali” e improvvisamente bill sente salirgli l’inquisizione spagnola e lo trovi che ammassa legname.

Ma non e’ solo nell’ unire una comunita’ che piu’ divisa non potrebbe essere, che gioca questo equivoco. Ha anche un altro aspetto fondamentale: far credere alle persone che non abbiano abbandonato la fede dei loro bisnonni (o quella dei primi cristiani, quali che fossero).

«Molti sistemi di religione devono essere esistiti molte epoche prima che l’arte della scrittura fosse scoperta, e molte sono passate attraverso i molti cambiamenti prima che i racconti, i miracoli, la storia, le profezie e gli errori venissero fissati e pietrificati in parola scritta. Dopo questo, il cambiamento divenne possibile solo dando nuovi significati a vecchie parole, un processo reso necessario dalla continua acquisizione di fatti in qualche modo inconsistenti con una interpretazione letterale delle “sacre scritture”. In questa maniera una onesta fede spesso prolunga la sua vita con metodi disonesti; ed e’ questa la maniera in cui i cristiani di oggi tentano di armonizzare il racconto mosaico della creazione con le teorie e scoperte della moderna scienza.» (Errori di Mose’ cap. 5, R.G. Ingersoll)

Questo meccanismo permette alle religioni di rinnovarsi completamente, di evolvere e rigettare tutto quello che si sosteneva fino al giorno prima, pur continuando ad affermare di non essere mai cambiate e di essere anzi di antichissima origine, nonostante le posizioni dei cattolici moderni li avrebbero fatti finire sul rogo in quattro e quattr’otto solo qualche generazione prima.

Un esempio? alzi la mano chi ha sentito una variante di “la mente umana non puo’ concepire dio” in reazione al paradosso della pietra (quella pietra cosí pesante che se dio la crea poi non riesce a sollevarla). Bene, la chiesa si e’ pronunciata sulla questione in maniera perentoria, a sostenerlo c’e’ da incorrere nelle stesse pene in cui incorse tal Agostino Bonnetty, che ebbe la sventura di dire queste cose quando la chiesa ancora aveva il potere di agire per un’opinione, prima cioe’ che fosse fermata a cannonate.

Un altro esempio di come le parole cambino di significato nel tempo lo troviamo in Marco 9:1 E diceva loro: «In verità vi dico: vi sono alcuni qui presenti, che non morranno senza aver visto il regno di Dio venire con potenza». Stranamente nessun cristiano cerca questi bimillenari superstiti per chiedergli gesu’ che tipo era. Le parole sono rimaste, ma il significato ora e’ diventato una metafora.

Di cosa non si sa bene, ma fin tanto che regge l’equivoco, son tutti contenti.

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Lettera all’Ordine degli Avvocati di Salerno

Con posta pec, il Presidente della CPI ha inviato la seguente richiesta all’Ordine degli Avvocati di Salerno che, ad oggi, non ha risposto alla missiva.
Invitiamo i pirati pastafariani a prendere visione del documento e ad esprimere opinioni a riguardo nelle apposite aree di discussione.


 

 

Alla cortese attenzione 

del Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Salerno
avv. Americo Montera

e del Consigliere delegato

avv. Fabio Moliterno

 

La Chiesa Pastafariana Italiana riceve notizia
che in data venerdì 16 dicembre 2016, presso l’aula Parrilli del Palazzo di
Giustizia di Salerno, con la collaborazione dell’Associazione “Avvocatura in
Missione”, il S. E. Mons. Luigi Moretti presiederà la Celebrazione Eucaristica.

Appellandoci agli articoli 7 e 8 della nostra
Costituzione che sanciscono l’eguaglianza delle religioni; al principio di
laicità declinato dagli articoli 2, 3, 19 e 22; a quanto ribadito dalla
sentenza n. 203 del 1989 dalla Corte costituzionale;

richiamando inoltre il principio pluralista,
derivante dai citati articoli, secondo il quale non dovrebbe essere possibile
allo Stato italiano dare prevalenza a un orientamento religioso o ideologico
rispetto ad un altro,

chiediamo

che la Celebrazione Eucaristica programmata per
il 16 dicembre 2016 si tramuti in un rito misto, affinché Pappa Scialatiella
Piccante I, pastefice massimo della nostra chiesa, possa prendere parte
all’evento pronunciando solenne pennedizione pubblica.

Ci rendiamo altresì disponibili per presiedere,
nella persona della nostra Pappessa, ad un evento interamente dedicato al culto
pastafariano: reputiamo infatti che l’Ordine degli Avvocati di Salerno – città
che ha dato i natali alla nostra amata Pappa – trarrà beneficio dal confronto
spirituale con una religione in grado di richiamarlo alla laicità dello Stato.

Nell’augurio che la passione per la legge apra le
menti, come avviene nei pastafariani per amor di fede, porgiamo i nostri più
ciordiali saluti.

Lì, Granarolo dell’Emilia, 12 dicembre 2016

Il Presidente
Marco Miglianti

Sede: Via Roma n°50 – 40057
Granarolo dell’Emilia (BO) – Codice Fiscale 91374300373 – IBAN
IT84J0501802400000000197547

w
eb: http://www.chiesapastafarianaitaliana.it – Email: info@chiesapastafarianaitaliana.it

 

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Pastafariani a Non Una di Meno

pirati-ahrroma-donne2Se il Prodigioso Spaghetto Volante si riavesse dalla divina sbornia, si stupirebbe moltissimo del fatto che le donne non siano ancora libere.

Si stupirebbe di constatare che, nella realtà concreta, esse non hanno pari diritti nel mondo del lavoro, che il lavoro tramuta la maternità in un ostacolo o in un problema, che siano oggetto di attenzioni sessuali non gradite, che siano violentate o discriminate, che siano moralmente condannate se non desiderano avere figli o se vivono con disinibizione la propria sessualità.

Ecco, il Prodigioso Spaghetto Volante si scandalizzerebbe.

In effetti, anche noi pastafarian* siamo perpless* di fronte ad alcune incoerenze.

Se la maternità è un dono, allora perché viverla come una malattia o perché, in quanto lavoratrici, esserne penalizzate? Se la sessualità è piacere, ma anche responsabilità, allora perché non introdurre nelle scuole un’educazione alla sessualità, al rispetto del proprio e dell’altrui corpo? Se la donna è davvero una persona e non un contenitore di progetti e volontà altrui, perché non può stabilire se e quando avere figli? Se l’aborto è un’esperienza dolorosa, difficile, perché non favorire alternative come la contraccezione farmacologica? Perché non agevolare l’accesso alla pillola RU486?

Se il Prodigioso Spaghetto Volante si fosse riavuto dalla sua divina sbronza proprio sabato 26 novembre, di certo si sarebbe compiaciuto di vedere la sua Chiesa partecipare al corteo “Non Una di meno”.

Avrebbe visto una manifestazione potente, avrebbe fatto Egli stesso carico di energia nell’apprezzare lo scambio di buone pratiche. Avrebbe visto tanti e tante, uomini e donne di ogni età, provenienza e appartenenza, fianco a fianco per costruire un mondo nuovo, determinato da un altro genere di relazione tra uomini e donne. Sarebbe stato contento di vedere i suoi pirati consci che non basta piangere eventi passati: sono necessari appuntamenti a larga scala, capillari, per spingere la società a bendare l’occhio stolto e aprire la mente alla ricerca di soluzioni. La violenza sulle donne, che ha origini strutturali specifiche, esige soluzioni pertinenti e un dibattito focalizzato.

Alla Chiesa Pastafariana Italiana appare evidente e naturalissima la differenza tra persone; proprio sulla base di tale differenza non esistono differenze tra pirat*. Auspicando allora che pari opportunità ci siano tra i cittadini tutti, la CPI ha aderito alla manifestazione assumendosi un compito importante: dare il buon esempio a quelle organizzazioni religiose che utilizzano la propria influenza per conservare dettami, presentati come condizioni per una società morale, ma che alla prova dei fatti producono disparità e conflitti. Lo conferma – e lo vediamo persino con un occhio solo – il numero spaventoso di donne vilipese e violentate in quanto donne, discriminate in quanto donne.

La Chiesa Pastafariana Italiana non vuole donne “assolte”, vuole donne risolte, ovvero libere. Ha fede nella loro capacità di decidere e organizzarsi in merito a se stesse, per tale ragione non ha aderito al corteo per mera solidarietà, ha voluto dare unzione sacra e pennedizione alla azioni civili e politiche che da queste giornate si stanno dipanando, sviluppando non un memoriale, bensì un articolato programma.

Anche noi useremo la nostra influenza: condiremo, amalgameremo, scaldaremo il prodigioso lavoro delle associazioni, dei collettivi, dei movimenti che si stanno adoperando affinché non capitino più situazioni paradossali come quella dell’affermazione di una legge e della sua contemporanea impraticabilità, a causa dell’obiezione incosciente a tasso di strumentalizzazione del 90% [ogni riferimento alle legge 194/78 è voluta].

Riteniamo sia il momento di raccogliersi per far sì che il Piano straordinario contro la violenza sessuale e di genere, proposto come modo di istituzionalizzare i centri anti-violenza, non si traduca in un tentativo di estromettere le competenze e la storia di chi quei centri ha visto sorgere e li ha gestiti facendoli funzionare. Chiediamo che abbia peso politico l’esperienza femminista, che questa sia impiegata come opportunità di liberazione anche del genere maschile, altrettanto bisognoso di sottrarsi a stereotipi che lo privano di umanità, avvalorandolo e legittimandolo solo nelle posizioni di comando, che spesso si traducono in posizioni di abuso.

Il PSV contempla nel Vulcano di birra uno spettacolo eterno. Spogliarellist* si avvicendano in una danza eterna. Hanno tutt* scelto di farlo, ciascun* smette quando vuole, ama il proprio corpo, adora scivolare nella musica. Nessun* sfrutta, nessun* usa, nessun* deride. La gioia di un* è presupposto della gioia dell’altr*.

Il nostro paradiso, privo di servitù e di gerarchie, ispiri i progetti umani da edificare in terra.

Come nel Vulcano di birra così in terra. Ramen.

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close-up of spaghetti garnished with basil

La geografia della pasta italiana: una breve storia geografica della pasta

Meglio ch’a panza schiatta ca ‘a roba resta.

Meglio che la pancia scoppi piuttosto che il cibo resti nel piatto.

– Proverbio napoletano

Narra la leggenda che quando Marco Polo tornò a Venezia dalla Cina nel 1298, egli portò con sé la ricetta per la preparazione, a partire da un impasto a base di farina, degli spaghetti che poi andavano cotti in acqua bollente e serviti con un condimento di salsa dal gusto deciso. Tuttavia non vi sono prove che la pasta si sia diffusa attraverso l’Italia da Venezia (si veda la Figura 1 per un ripassino sulle regioni italiane e sulla posizione geografica delle città menzionate in questo studio). In effetti, può essere che si sia diffusa dalla Sicilia verso il nord. Altre fonti attribuiscono l’origine della pasta a Teodorico di Ravenna, Re degli Ostrogoti (circa 523 d.C.), e altri ancora agli Etruschi. Infatti, alcuni affreschi del quarto secolo avanti Cristo che si trovano nella Tomba dei Rilievi etrusca vicino a Cerveteri mostrano gli strumenti e gli ingredienti di base per la preparazione della pasta. Inoltre, alcuni dipinti raffiguranti dei banchetti mostrano i festeggianti mentre mangiano quello che ha tutto l’aspetto di una specie di lasagna.

Sembra che i Romani non abbiano tramandato questa tradizione, ma è stato notato che le laganae, i precursori delle lasagne, erano molto diffuse nei tempi antichi. Nelle sue Satirae (Libro 1, VI), Orazio descrisse il pasto di un contadino che tipicamente consisteva di una zuppa vegetale rustica (pultes) che conteneva spesse strisce di laganae essiccate. Tuttavia Marco Gavio Apicio, nel De Re Coquinaria, diede istruzioni precise sulla preparazione delle laganae soffici; e qui si trova la distinzione tra pasta fresca (fatta con uova e farina, che divenne il piatto dei ricchi) e pasta secca (fatta senza uova, che era il cibo dell’uomo comune).

wheat-1510917_1280L’ascesa della pasta fu un’evoluzione prevedibile. Nel 70 a.C. la produzione del frumento in Sicilia raggiunse i 250 milioni di chilogrammi e l’importazione di questo cereale a Roma per mare da tutte le regioni di produzione superò i 400 milioni di chilogrammi. Eppure, nonostante a Roma i granai avessero un’ampia capacità di stoccaggio, il frumento era soggetto a infestazioni da parte di funghi, muffe e parassiti. Per questo motivo, nel 62 d.C. Nerone fu costretto a deliberare che tutte le scorte che si trovavano nei granai romani venissero gettate nel fiume Tevere.

Può darsi dunque che la tradizione di mescolare frumento con acqua e di far seccare l’impasto così ottenuto sia nata come un mezzo per prolungare la durata di conservazione del frumento e facilitarne il trasporto: il cereale arrivava a Roma e Napoli già in forma di impasto, cosa che gradualmente incentivò questi centri urbani a dar vita alla propria produzione di pasta.

D’altro canto il geografo arabo Al-Adrisi scrisse che l’arte di fare gli spaghetti, o i più sottili vermicelli, raggiunse la Sicilia con le carovane nordafricane all’incirca nel 1100 d.C.; su quell’isola, essi trovarono dei requisiti essenziali, come frumento di semola di grano duro, acqua dolce e sole e vento abbondanti che potessero far essiccare il prodotto spianato. Si ipotizza in effetti che la parola “maccheroni” derivi dal siciliano maccarruni che significa “impastato con la forza”. Nel 1279 i macharonis furono registrati su un carico diretto dalla Sicilia a Genova. È probabile che i Genovesi, instancabili commercianti, li trasportarono per tutta la penisola e che il loro uso si sia diffuso verso l’entroterra partendo dai porti principali.

Sembra che la pasta non si sia evoluta al di là di vermicelli, gnocchi e lasagne fino al Trecento. Eppure alcuni documenti del quindicesimo secolo, come il De Honesta Voluptate di Padre Bartolomeo Secchi, fornivano ricette per forme di pasta che erano sia lunghe, sia cave. Non vi è dunque dubbio che, nel Medioevo, il consumo della pasta fosse consolidato in Italia, e che le sue forme avessero cominciato a diversificarsi. Giovanni Boccaccio (1313–1375) amava mangiare la pasta con un condimento a base di latte, e descrisse nel Decameron l’immaginario Paese del Bengodi dove “…eravi una montagna di formaggio Parmigiano grattugiato, sopra la quale stavan genti che niuna altra cosa fecevan, che fare maccheroni, e raviuoli, e cuocergli in brodo di capponi, e poi gli gittavan quindi giù, e chi più ne pigliava, più se n’aveva…”.

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Il grande compare della pasta, il pomodoro (derivato dal suo progenitore tropicale Lycopersicon esculentum), fu portato dall’America in Italia dagli Spagnoli e sembra venisse coltivato a Siena attorno al 1560 e nel Napoletano dal 1596, sebbene inizialmente fosse usato perlopiù come pianta ornamentale (con un valore legato essenzialmente ad un forte elemento di curiosità) che come fonte di nutrimento. La pasta non conquistò un’importanza fondamentale nella dieta napoletana fino al diciassettesimo secolo, e il sugo di pomodoro diventò di moda solo circa un secolo dopo. La pratica di condire la pasta col pomodoro iniziò nel porto siculo occidentale di Trapani, il che probabilmente indica che l’idea ebbe origine dal Mediterraneo occidentale. In ogni caso, tale pratica era consolidata al tempo in cui Vincenzo Corrado (1734–1836) scrisse il suo compendio di ricette intitolato Il Cuoco Galante, anche la prima ricetta dei vermicelli alla salsa di pomodoro fu pubblicata solo nel 1839, nella Cucina Casareccia in Dialetto Napoletano, un’opera solidamente provinciale scritta da Ippolito Cavalcanti, Duca di Buonvicino (1787–1860).

Quando liberò Napoli nel 1860, Garibaldi giurò che i maccheroni sarebbero stati la forza che avrebbe tenuto l’Italia unita. Ma invece che questa generica forma di pasta secca, la forza unificante si rivelò essere la più specifica forma degli spaghetti, che probabilmente era la più incline alla produzione di massa. Quando tale forma prese il sopravvento, alla fine del diciannovesimo secolo, Gragnano, vicino a Napoli, fu eletta centro della nascente “rivoluzione della pasta”, nella quale il grano dal Mezzogiorno era trattato in modo da potersi mangiare accompagnato da una salsa prodotta con il più meridionale dei vegetali, il pomodoro di San Marzano a forma di prugna. Le fotografie storiche dei fratelli Alinari, che risalgono all’incirca al 1890, mostrano strisce di maccheroni stese ad essiccare all’aria aperta su lunghi pali di bambù all’esterno di un pastificio a Torre Annunziata, sulla Baia di Napoli.

Come la pizza, che si sviluppò in Asia Minore e nel Medio Oriente allo stesso modo che a Napoli, la pasta può essersi sviluppata indipendentemente in diversi paesi, anche se si stabilì rapidamente quali fossero i suoi centri di diffusione. Entrambi i cibi hanno servito lo scopo, vitale e universale, di mettere a tacere l’appetito. Questo liberò i palati degli uomini ricchi che poterono così concentrarsi sui piaceri di un cibo più delicato. In seguito, quando gli standard della vita si elevarono durante la Rivoluzione Industriale, avrebbe risparmiato ai poveri i morsi della fame, ma fino a quel momento i poveri avevano potuto permettersi solo farina di granturco e di castagno, non farina di frumento, e un sugo o un ripieno di carne era un lusso quasi irraggiungibile. Ma, sebbene questo semplice cibo sia da allora divenuto onnipresente, le sue differenze geografiche sono tali da riflettere la straordinaria varietà della stessa cultura italiana.

Anche se l’Italia fu unificata nella decade del 1860, continua ad essere divisa da forti tradizioni regionali. Come praticamente qualsiasi altra cosa in Italia, i tipi e i formati della pasta hanno origini strettamente regionali. Il paradosso di un Paese antico, che però è anche in una Nazione giovane è stato rafforzato da secoli di campanilismo – l’aderenza ciascuno al proprio villaggio, il cui punto centrale è il campanile della chiesa. Il sospetto nei confronti di tutto ciò che è esotico è condensato nell’antico detto, usato a tutt’oggi, moglie e buoi dei paesi tuoi. Fino a tempi recenti la forma più pervasiva di tale conservativismo era quella relativa a cibo e dialetto (da cui la ricca varietà di nomi locali per specie comuni di pasta). Un cambiamento si è verificato solo con le tecnologie della seconda metà del ventesimo secolo; con la diffusione del linguaggio standardizzato, la televisione ha pressoché eliminato il dialetto, mentre la meccanizzazione della produzione del cibo ha reso universali, quando non svalutato, le prelibatezze locali.

Il resoconto che segue offre un breve compendio della letteratura sulle culture alimentari regionali. Dopodiché, esplora la geografia culinaria regionale, con riferimento soprattutto alla pasta in Italia. Al fine di facilitare l’interpretazione delle variazioni regionali, è stato sviluppato uno schema classificatorio per quei numerosi tipi di pasta che siamo riusciti ad identificare. Questo schema è applicato in modo da evidenziare, in ogni parte della penisola, le variazioni regionali della gastronomia e delle sue radici culturali e storiche. L’ultima parte dello studio valuta l’impatto che i moderni cambiamenti della società e dell’economia hanno avuto sulle tradizioni gastronomiche.

(continua…)

[Questo post e quelli appartenenti alla stessa serie sono la traduzione riadattata dell’articolo di David Alexander “The Geography of Italian Pasta”, The Professional Geographer (2000) 52: 553–566. doi:10.1111/0033-0124.00246. La traduzione è pubblicata con il permesso dell’autore. Si ringrazia Martina Oddo per la collaborazione.]

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Donne libere: donne che non sono sole

LETTERA

Ciao. Scusa se non scriverò bene, non sono molto abituata, anzi questa è in assoluto la prima lettera che scrivo.

Ho conosciuto voi pastafariani per caso, mi siete sembrati simpatici, ma non sono abbastanza esuberante per vivere come voi. Però ho iniziato a seguirvi su fb. Ho letto le cose che scrivi. Leggo sempre i post che sono pubblicati da te. Ho visto che sei una mamma e mi sono domandata spesso com’è avere una mamma come te.

Da qualche tempo ho notato che ti pronunci spesso sulla libertà sessuale delle donne e anche sulla violenza.

Perdonami se ti sembro morbosa… è che appari così buona e allegra, allegra anche se sei saggia. Mi chiedo anche come mai sei così attenta alla problematiche femminili, immagino che tu non abbia avuto questi problemi, per essere come sei, fortunata e senza pensieri.

Ho letto che domani siete a Roma, per una manifestazione a favore delle donne.

Io non faccio mai cose del genere, ma le ammiro tanto.

Hai scritto che porterai con te la storia di molte donne violate e ferite.

Allora… porta anche la mia.

È capitato che tra i 12 e i 13 anni mio cugino abbia approfittato di me diverse volte. Lui aveva 25 anni. Non sono mai riuscita a raccontarlo a nessuno. C’era il problema dei soldi all’epoca. Mio padre aveva perso il lavoro e mamma si era fatta prestare da mio zio i soldi per estinguere anticipatamente un debito. Sembrava che la mia famiglia poteva cadere in rovina. Dovevamo ringraziare mio zio. E che poteva succedere se io accusavo suo figlio? Oltretutto mio cugino era sempre quello che insegnava a tutti come campare. (altro…)

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Il fegato del pirata

LETTERA

Ogni tanto mi intrufolo nei vostri eventi e vi guardo in disparte, sorridendo.

Voi pastafariani siete buffi.

Parlate di imprese e arrembaggi, vi travestite con qualche rattoppo da pirati: ed ecco pronti gli eroi.

Non intendo criticarvi, anzi, ti sto scrivendo con una certa benevolenza. Direi di aver posato su di voi uno sguardo alquanto indulgente, da genitore che osserva dei bambini giocare alla guerra, alle avventure, sapendo che presto si ficcheranno a nanna sotto coperte che nessuna bomba verrà a squarciare.

Non elencarmi le splendide, edificanti attività in cui vi impegnate, lo sforzo divulgativo, contro-informativo… ti ho ascoltato, sei esaustiva e convincente. So tutto di Idomeni, di Como, della battaglia anti-gender, dell’attivismo satirico. Le mie domande sono più nette. C’è ancora posto per azioni di coraggio in un’esistenza a temperatura media come la nostra? E il vostro è autentico coraggio? O è solo una finzione molto ben interpretata, diciamo… con sincera immedesimazione? Le ingiustizie contro cui vi agitate sono davvero una minaccia? O sono mostri a cui va a caccia il bambino per interrompere la noia del pomeriggio?

G. A.

RISPOSTA

Coraggio. Azione di cuore. Avere cuore. Avere forza.

L’eroe classico era un comune cittadino che partiva alla guerra, dotato di straordinarie virtù umane, grazie alle quali egli era in grado di sacrificarsi per il bene di tutti. La gloria eroica, dunque, è conquistata dall’uomo che supera la dimensione personale per quella comunitaria. È l’“io”, “per voi”.

Mi chiedo se la guerra, la miseria, la dittatura, ovvero condizioni estreme di vita, siano le sole a poter attivare il coraggio.

Mi chiedo se la guerra, la miseria, la dittatura, spuntino come funghi, all’improvviso, dopo un’occasionale piovuta; se non siano invece lungamente preparati dalla mentalità, dalla cultura che si forma nelle scuole, nelle case, nelle chiese, nelle strade. Nelle nostre camerette. E camerate.

Mi chiedo se gli incubi sconvolgono le menti solo dopo grandi abbuffate o biblici digiuni, o non striscino nella psiche anche durante il sopore apparentemente innocuo della noia pomeridiana. (altro…)

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