Salmoni Pastafariani – 12. La storia dei diamanti

 

Lasciamo Buon Pirata e la ciurma dei suoi amici navigare tranquilli.
Prometto che tornerò a narrarvi le nuove avventure, ma lo farò dalla prossima volta.
Ora voglio raccontarvi del perchè Buon Pirata ha il vestito ed il tricorno tempestati di piccoli diamanti.
Ed in questa storia c’entro io, che vi sto raccontando le loro peripezie.

Intanto sappiate che anch’io sono un pirata, e col mio galeone navigavo per i Sette Mari in cerca di Gloria e Tesori.
Fattostà che stavo seguendo una nave spagnola carica di soldati, e questo, cari miei, è indice di presenza di casse colme d’oro; perchè altrimenti la Guardia del Re di Spagna dovrebbe difendere, chessò, un brigantino con quattro miseri barili di acciughe salate nella stiva?

Insomma stavo belbello a rincorrere la nave, pregustando già di contare i dobloni d’oro che contenevano le sue casse, quando d’improvviso vedemmo sbucare all’orizzonte una grossa Nave di Linea.
Si vedeva che puntava la nostra nave, e, cosa sbalorditiva, aveva le insegne di Maracaibo!
Quindi a bordo doveva esserci nientepopodimeno che il famigerato Governatore in persona.

“Ciurmaglia! Il Governatore vuole attaccarci ed impedirci di mettere le mani sul tesoro del Brigantino?” urlai ai marinai.
“Ha-ha! Non sa di che Pasta siamo fatti noi! Abbordiamoli!” Li incitai, sprezzante, agitando la spada.

Così puntammo alla Nave di Maracaibo, e non più al brigantino, che, visto il nostro cambio di rotta, a sua volta volse la prua verso di noi, con l’intento di aiutare i suoi amici.
Adesso eravamo due contro uno.

Ma noi eravamo velocissimi e molto più agili della pesante Nave di Linea. Cosicchè riuscimmo a prenderla di poppa per evitare i loro temibili cannoni. Andammo all’arrembaggio; dovevate vederci vestiti da pirata con gli sciaboloni in mano, e tutti che urlavamo:
“Ahrrrr”
Pensate: non ci fù nemmeno bisogno di combattere, tutti i soldati del Governatore, e lui stesso, si spaventarono così tanto che si fecero la pipì nelle braghette, e preferirono buttarsi in mare.
Raggiunsero a nuoto l’altra nave che li salvò tutti, mentre noi ci impadronimmo della grande nave, lasciandoli fuggire.

Ispezionammo le stive piene di botti di rum e di aringhe salate.
Ma nella cabina del Governatore trovammo due casse: in quella grande c’erano molti dobloni d’oro che si divise la ciurma come bottino di guerra. Poi c’era un baule molto piccolo, uno scrigno quasi, che tenni per me: all’interno c’erano almeno mille piccolissimi diamanti.
Ed un biglietto dove c’era scritto:
“Per Buon Pirata, dare sulle proprie mani! Firmato: il Governatore di Maracaibo.”

Non ci capii molto là per là: chi era questo Buon Pirata? E perchè il Governatore doveva dargli quei diamanti? Feci spallucce, presi il baulino, e me lo portai nel Galeone.

Poi legammo la nave del Governatore e la trainammo fino all’Isola della Tortuga, come preda di guerra.
Quando fummo nell’Isola, la voce del nostro trionfo si sparse velocemente, e sapeste le volte che dovetti raccontare di come vincemmo il Governatore di Maracaibo.

Naturalmente lo feci alla maniera pirata: ogni volta aggiungendo elementi grandiosi e fantasiosi.
Così le navi poco a poco divennero cento e, mano a mano che bevevo Grog, il Governatore diventò nientemeno che il Kraken che scappava.
Bhe, sapete, noi pirati siamo fatti così.

Però, ad un certo punto delle narrazioni, mi lasciai scappare dello scrigno di diamanti, e non volendo anche del biglietto che si trovava assieme ai diamanti. Subito tra gli astanti sentii una voce potente:
“Di chi sono quei diamanti?”
Subito nella taverna ci fu un silenzio di tomba. Si poteva persino sentire il cuore che batteva di tutti coloro che si erano assiepati per ascoltare la storia.

Una figura si alzò dal fondo, dall’angolo più buio, e avanzò verso di me. Tutti si scansarono per far passare la figura in tricorno tutta vestita di blu, con la benda in un occhio, una gamba di legno e l’uncino.
“Io sono Buon Pirata e reclamo il possesso dello scrigno e della lettera!” mi disse quando fu vicino.
“Certo!” risposi “Ma come faccio a sapere che sei davvero chi dici d’essere? Ti propongo una sfida a Briscola del Pirata, se vinci tu vuol dire che era destino che i diamanti tornassero a te, ma se vinco io dovrai lasciare l’Isola senza cianchetta e senza il gancio!”
“Accetto!” rispose Buon Pirata immediatamente, e ci fu un boato nella folla che voleva la sfida alla Briscola.

Fu approntata la tavola e le carte, e ci mettemmo a giocare.
Inutile dirvi che mai in tante gare di Briscola vidi una fortuna sfacciata come quella: tiravo Cannoni e vinceva col Pirata, tiravo Pirata e vinceva con Pappagalo, tiravo Quattro e vinceva con Cinque. Sembrava che le carte gli venissero in mano per magia!
Fu inutile persi in quattro e quattr’otto.

A quel punto potevo sguainare la sciabola, accusarlo di barare e sfidarlo in una tenzone, ma mi sovvenne alla mente il quarto Condimento: io preferirei davvero che tu evitassi di assumere comportamenti che offendano te stesso.
Ed allora mi comportai da gentilpirata e gli dissi:
“Ecco a te lo scrigno, non dubito più che tu sei proprio quello che affermi d’essere, cioè: Buon Pirata!”

A questo punto lui sorrise, aprì lo scrigno, tolse il biglietto che nascose nel giustacuore, guardò nello scrigno e sospirò.
Poi avvenne un fatto straordinario, e chi aveva ancora dubbi se era o no Buon Pirata, dovette fare ammenda: prese tutti i diamanti in mano e li lanciò in aria! Come fossero coriandoli di Carnevale.

Ma i diamanti non finirono a terra: gli si attaccarono saldamente ai vestiti ed al tricorno.
Adesso Buon Pirata sbrilluccicava. E rideva. E la gente intorno guardava questo spettacolo a bocca aperta, compreso il sottoscritto.

“Ahrrr, Compare!” mi disse ridendo “per ricompensarti sarai il primo a sapere delle avventure che avrò in futuro, così tu le potrai raccontare a tutti coloro che le vogliono sentire, visto che ti piace infiocchettarle così tanto. Mi raccomando solo di non esagerare troppo!”
Poi la sera fu data una festa per il Pirata ritrovato e per il Prodigioso, che c’entra sempre.

Spaghetti e birra, naturalmente.

Da quel giorno si disse: “Le buone intenzioni brilleranno come i diamanti di Buon Pirata.”
RAmen

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Salmoni Pastafariani – 11. L’isola del Faro

Dopo l’avventura nell’isola dove ebbero trovato delle orme arcobaleno di Unicorno, Buon pirata e la sua ciurma di amici furono piuttosto su di giri.
Così navigarono lilleri e felici nell’azzurro mare per alcuni giorni.

Furono accompagnati dai delfini che nuotavano al fianco del Galeone, ed ogni tanto li chiamavano con i loro fischi per fargli vedere il loro spettacolo fatto di salti e di tuffi. Rosetta, Tu Chitti, Cuccuruccù e Cippitto allora si aggrappavano alle paratìe e dimostravano di apprezzare le loro evoluzioni , chi abbaiando, chi cantando.
Buon Pirata poi sembrava che li conoscesse per nome, quei simpatici tursiopi. Emetteva fischi e urletti al loro indirizzo e loro, uno ad uno, camminavano sulla coda a filo dell’acqua, agitando una pinna come a salutare e fischiando sembrava gli rispondessero “Ciao!”.

Così passarono il tempo, ma il nostro pirata sentì il bisogno di Pregare il Prodigioso in una vera locanda.
Come ad esaudire il suo desiderio, verso l’imbrunire videro una luce intermittente all’orizzonte.
“Un Faro!” esclamò “e dove c’è una faro, c’è un’isola e dove c’è un’isola magari c’è gente e si può Pregare.”

E fu proprio così: si avvicinarono all’isola ancorando la nave. Salutarono festosamente i delfini che li avevano accompagnati, ma che dovevano continuare il loro viaggio.
Quando sbarcarono venne a salutarli gli abitanti dell’isola. Era gente allegra che cantava sempre e che faceva a gara per portarli a far vedere le loro case e i loro posti dove lavoravano.
Ed il loro lavoro era particolare, perchè prendevano della finissima sabbia dalla spiaggia e la mescolavano con delle pietre preziose colorate, poi la mettevano dentro a dei caldissimi forni ed una volta fusa le davano le forme di animali o di cose.

Buon pirata e la ciurma erano davvero impressionati da tutti quei colori e quelle forme.
E furono ancor più impressionati dalle loro locande, piene di gente che cantava e giocava a carte sempre ridendo.
E vedeste come Pregavano il Prodigioso!
Insomma: altro che terzo condimento! Qui rispettavano in pieno il preferirei davvero che tu evitassi di giudicare le persone e di giocare sporco.
Non erano certo tizi noiosi.
Tanto che Buon Pirata li chiamò “Devoti”.

Quello che faceva rimanere perplesso il nostro Capitano era un’altra cosa: loro bevevano direttamente dalle bottiglie e dalle botticelle.
“Ma come?” chiese alla gente “non avete nemmeno una tazza od una scodella?”
Gli abitanti facevano di no con la testa o facevano spallucce, rispondendogli:
“Che idea è quella di mettere le Sacre Bevande in una scodella per la minestra? E gli spaghetti? Forse li dobbiamo lanciare in aria e prenderli al volo?” e ridevano di gusto, pensando che Buon Pirata forse aveva preso un pochetto di sole senza il tricorno.

A questo punto, cari lettori, sapete benissimo che il nostro pirata preferito, di solito, veniva toccato da una Pappardella del Prodigioso e gli uscivano le idee più incredibili.
Sarà così anche stavolta?
Vero, avete indovinato: si battè la fronte con l’uncino ed esclamò:
“Ma certo! Avete tutto il necessario per fare di una Preghiera un momento unico nella giornata!”
Poi corse subito da uno dei mastri vetrai e gli spiegò:
“Fondi la silice con i colori dell’iride, quelli che vuoi. Poi lavora il vetro fuso come fosse una scodella ma molto più allungata e stretta, ed infine aggiungici un manico come nelle pentole per facilitare la presa.”
Inutile dire che il maestro era stupefatto, ma eseguì con pazienza quegli strani ordini di Buon Pirata.
Anzi, in suo onore provò a mettere tutti e sette i colori che aveva in bottega.

Alla fine, quando si fu raffreddato, il risultato che ne uscì fu eccezionale: un bicchierone da una pinta color Arcobaleno!
Tutti accorsero a rimirare la stupenda creazione, degna proprio di un Pirata!
“Bravo il mio Devoto!” disse il Capitano al Maestro.
La fatalità volle che la gente attorno non sentì bene la parola “Devoto”, si guardarono l’un l’altro dicendosi:
“Come lo ha chiamato?” disse uno.
“Mha! Non ho sentito bene, forse Votto o Gotto?” disse un secondo.
“Si lo ha chiamato Gotto, ho sentito anch’io” disse un terzo.
“Gotto! Gotto!” dissero infine tutti.
Deciso il nome da dare, prepararono altri Gotti per tutti, dai colori più disparati.
Avrete capito tutti che si finì per utilizzarli per brindare il Prodigioso e Buon Pirata che gli aveva insegnato come fare i Gotti.

Da quel giorno si disse: “Prendi un Gotto in mano e ne vedrai di tutti i colori!”
RAmen.

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Salmoni Pastafariani – 10. Le Orme di Unicorno

Quel giorno Buon Pirata e la sua ciurma pregarono mangiando assieme, mentre la nave scivolava nell’acqua, come sapesse dove doveva portarli.

Il Pirata, Rosetta, la cagnolina, e il porcospino Cipitto si papparono spaghetti con le polpette, Il Pappagallo Tu Chitti e il tucano Cuccuruccù invece gradirono dei semi di girasole.

Poi fecero il punto della navigazione e Buon Pirata spiegò che per arrivare alla loro meta, Maracaibo, dovevano affrontare diversi giorni di viaggio, visitare molte isole e quindi passare da un’avventura all’altra.

Non vi nascondo che tutti erano elettrizzati ed entusiasti.

Quindi si misero a governare la nave come solo dei pirati esperti come loro sapevano fare.

La quieta rotta del Galeone venne bruscamente interrotta da un colpo di vento, e le vele ubbidirono al vento, facendole cambiare direzione.

“Forse il vento vuole dirci qualcosa.” disse Buon Pirata a Tu Chitti che era volato sulla sua spalla.

“Cosa? … Cosa? …” fece il Pappagallo a cui piaceva molto ripetere le ultime parole che diceva il Pirata.

“Pazienza, Tu Chitti; il vento sa sempre quello che fa, e noi lo sapremo a tempo debito.”

Poi il saggio lupo di mare presè il cannocchiale e scrutò l’orizzonte.

Solo acqua tutto intorno. Solo il mare blu e i pesci che ci nuotavano dentro.

Dopo un giro di clessidra, il Pappagallo volò sulla coffa e, siccome loro hanno una vista che vedono una teiera tra i pianeti, avvistò qualcosa molto lontano.

Si stavano avvicinando ad un’isola. Anzi erano molto vicini adesso, perchè era l’isola ad essere piccolissima.

Ancora più piccola di quella dei Biscotti che avevano visitato!

Poi, quando furono un poco più vicini Buon Pirata ricordò, e cominciò a cantare:

“Quindici uomini

quindici uomini

sulla Cassa del Morto

Oooh – Ooh – Oh

e una bottiglia di rum!”

Poi spiegò ai suoi amici:

“La riconosco: questa è l’isola Cassa del Morto, così si chiama da quanto è piccola. Si dice che un capitano pirata volle tenersi per se ciò che era della ciurma privandoli dei Sacri Spaghetti e della Sacra Bevanda, ma il Secondo Condimento dice Io preferirei che tu non fossi meschino con gli altri, e poi abbia nascosto qui un tesoro. Ma nessuno ha mai trovato nulla, forse è una leggenda. Ma noi andiamo lo stesso ad esplorarla, il vento ci deve aver spinto qui per qualcosa, e noi scopriremo cosa.”

Quindi ancorarono il Galeone e scesero sulla minuscola spiaggia.

Videro subito delle orme che portavano al boschetto di palme nel centro dell’isola.

Erano orme di Unicorno, la cavalcatura del Prodigioso. E non era possibile sbagliarsi, in quanto sono uniche, assomigliano a quelle dello zoccolo di cavallo, ma hanno la particolarità di essere arcobaleno, e guardando bene da vicino si vedono i sette colori dell’iride.

Gli amici seguirono le orme che li conduceva in mezzo agli alberi.

E qui trovarono una cassa aperta. Era vuota.

Però c’era una pergamena infilzata da un coltello infisso sulla cassa, c’era scritto:

“Buon Pirata, questa volta sono arrivato prima io ed ho con me il contenuto della cassa. Sei curioso di sapere cosa c’era dentro? Allora vieni da me e forse te lo dirò. Tu sai cosa devi portarmi. Firmato: il Governatore di Maracaibo!”

Buon Pirata appena smise di leggere, cominciò a ridere, e ridere, e ridere…

Rise così tanto che contagiò i suoi amici: Rosetta saltellava e abbaiava, il pappagallo e il tucano svolazzavano mentre Cipitto si stava rotolando a terra tenendosi la pancia.

“Va bene Governatore, stiamo arrivando. Corpo di mille polpette! Prometto che arriveremo a Maracaibo prima di Navale!”

E sempre ridendo tornarono a bordo e salparono, allontanandosi da quell’isoletta.

Ancora adesso, chi trova quell’isoletta sperduta nel vasto Oceano, giura di sentire l’eco di risate provenire dal boschetto di palme al centro dell’Isola della Cassa del Morto.

Da quel giorno si disse: “Fai attenzione e puoi ascoltare l’eco delle risate che provengono dal cuore.”

RAmen

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L’apparizione della Missionaria

scritto dopo estasi ebbra da Pappa Scialatiella Piccante I e Capitana Pastasciutta


Nonostante il VI raduno nazionale fosse dedicato alla blasfemia, molti eventi sacri e spirituali si sono consumati durante quei giorni.

I pirati, dediti agli spirituali sollazzi, hanno condiviso pregevoli diari di bordo. Tra le memorie più significative, vi è la narrazione dell’Olionese, che descrive una notte davvero indimenticabile, quella in cui il pastafarianesimo, al pari di tante religioni diffuse nel mondo, ha vissuto un’esperienza di delirio collettivo, prodigiosamente allineato a un anniversario notevole: quello della morte di Teresa di Calcutta, da molti reputata santa e canonizzata giusto un anno fa da Papa Francesco.

È accaduto, durante una seduta spiritica (tale espressione per i pastafariani è da intendersi come “seduta etilica”), che lo spirito della donna sia apparso ai presenti, invocato a pieni polmoni da Chiara Sandokan dopo avere sbattuto il mignolino contro la gamba del tavolo disseminato di boccali vuoti.

Ispirati dagli Otto Condimenti e resi aperti di mente dal tasso alcolico conquistato e alimentato durante il giorno, i pirati maggiormente rapiti da ebbrezza mistica hanno colto l’opportunità di porgere al fantasma qualche domanda.

Nel suo estremo candore, il primo pirata a rompere lo sconcerto è stato Cappelletto in Brodo, il quale con un sorprendente senso di pertinenza ha domandato: «Mi scusi… Madre Teresa… ma come mai ha scelto proprio un raduno pastafariano per comunicare post-mortem?»

Lo spettro di Teresa ha prontamente risposto:

«È vero, la scelta più facile sarebbe stata di comunicare attraverso Radio Maria: le mie parole sarebbero arrivate immediatamente in ogni angolo del mondo, forti chiare e senza interferenze. Ma le Vie del Signore sono infinite e misteriose: anche questa volta come per tutta la mia vita non ho fatto altro che obbedire a una Forza Superiore».

Mastro BarbaSpiedo, pirata di provata tolleranza, ha cercato di vedere del buono nella donna ormai defunta e ha dichiarato l’ammirazione che la CPI riserva ai religiosi di altri culti che si impegnano contro le ingiustizie. Quindi ha voluto conoscere in che modo, in vita, ella ha lottato contro di esse.

Ed ecco che Teresa ha sconvolto gli ingenui pirati con la prima rivelazione:

«Le ingiustizie sono tutto ciò che va contro la giustizia, e la radice di ogni ingiustizia, di ogni male, è l’aborto. E la contraccezione, che è la stessa cosa.

Noi che stiamo qui, i nostri genitori ci hanno voluti. Non saremmo qui se i nostri genitori non lo avessero fatto. I nostri bambini li vogliamo, li amiamo, ma che cosa è di milioni di loro? Milioni muoiono deliberatamente per volere della madre! E questo è ciò che è il grande distruttore della pace oggi. Perché se una madre può uccidere il proprio stesso bambino, cosa mi impedisce di uccidere te e a te di uccidere me? Nulla.

Ho combattuto aborto e contraccezione con le adozioni, ho salvato migliaia di vite, ho inviato messaggi a tutte le cliniche, gli ospedali, le stazioni di polizia: “Per favore non distruggete i bambini, li prenderemo noi. Abbiamo parecchie ragazze madri. Dite loro di venire: Noi ci prenderemo cura di voi, prenderemo il vostro bambino, e troveremo una casa per il bambino».

I pirati si guardavano tra loro attoniti: e la libera scelta? E la possibilità di decidere della propria vita riproduttiva? L’importanza di considerare la sessualità anche in termini di affettività e piacere, oltre che di riproduttività?

Ecco che Mona Stappista, piratessa così sensibile ai bisogni sociali, domanda: «Aspetti… E i poveri, i lebbrosi? Mi scusi… Non è per questo che ha speso le sue energie umane?»

Lo spettro della defunta Madre sbianca e arrossisce:

«Ehm… beh… sì ma… in realtà… la povertà, la sofferenza, la fame non sono ingiustizie, e quindi non vanno combattute. Esse sono lo specchio dell’amore di Dio.

I poveri, gli affamati, i malati, i lebbrosi sono l’immagine dell’amore di Cristo. E come tali vanno accolti. Sono il nostro passaporto per il Paradiso, perché Gesù è l’affamato, il nudo, il senza casa, l’ammalato, il carcerato, l’uomo solo, l’uomo rifiutato e dice: “L’avete fatto a me”.

E Gesù è affamato del nostro amore. Solo questa è la fame dei nostri poveri, che solo Dio può saziare. Noi raccogliendoli dalla strada, e facendo sì che muoiano in grazia di Dio soddisfiamo il loro unico bisogno reale. La povertà non è un’ingiustizia, ma specchio in terra della sofferenza di Cristo, quindi non va corretta».

MozzoManica Al Castoro, Scardinale prodigo nell’accoglienza degli immigrati, non credeva alle sue orecchie: «Ma come, scusi? Non accudiva i malati? I poveri? Non li curava?»

Madre Teresa incalza:

«Chi siamo noi per opporci alla volontà di Dio? Quando Gesù ha voluto che qualcuno guarisse, lo ha fatto guarire senza cure.

Lo abbiamo letto molto chiaramente nel Vangelo: “Amatevi come io vi ho amato, come io vi amo, come il Padre ha amato me così io amo voi”. E il Padre lo ha amato tantissimo, tanto da donarcelo e lasciare che lo torturassimo, lo frustassimo, lo pugnalassimo, gli sputassimo addosso, lo crocifiggessimo.

Quindi quando ci amiamo noi, noi pure dobbiamo donarci gli uni agli altri finché non fa male. Non è abbastanza dire: “Amo Dio, ma non amo il mio prossimo”. Come puoi amare Dio che non vedi se non ami il prossimo che vedi e che tocchi? Così è molto importante per noi capire che l’amore, per essere vero, deve fare male. Ha fatto male a Gesù amarci, gli ha fatto male.

Chi siamo noi per sfuggire al male usando antidolorifici o per sfuggire alle infezioni usando delle elementari norme igieniche? Forse hanno disinfettato Gesù prima di inchiodarlo? La sofferenza ci avvicina a Dio, al suo amore…»

Pappa Scialatiella Piccante I non può fare a meno di notare, alquanto perplessa, che tali argomenti potrebbero essere letti da un altro punto di vista: Gesù liberava le persone dalle malattie e si preoccupava che venisse offerto loro cibo, ovvero Gesù dava molta importanza al corpo e, in punto di morte sulla croce, avrebbe francamente evitato di assaporare il gusto straziante di quel calice… Ma mentre la Pappessa si dilungava, come suo solito, su pure quisquilie teologiche, Capitana Pastasciutta poneva la domanda cruciale: «Anche lei ha rinunciato alle cure e si è goduta l’estetica del dolore quando è stata malata?»

Dopo qualche minuto di silenzio, lo spettro ha recuperato la favella:

«Io ho sempre fatto il volere di Dio: il suo volere era che rimanessi su questa terra il più a lungo possibile, per permettere a più persone possibile di morire in grazia di Dio e arrivare in Paradiso. In questo caso le cure all’avanguardia nelle più moderne cliniche statunitensi sono servite a prolungare il mio servizio per la gloria del Signore».

Mari dei Sette Mari, decisa a trovare qualcosa che lasciasse conforto ai pirati sconvolti, chiede: «Ma almeno mi dice quanti ospedali ha costruito?»

Teresa di Calcutta dichiara di averne costruito uno solo.

Il Priore di Roma sobbalza dalla sedia: «Uno solo??? E con quanti posti?»

Teresa risponde:

«Una quarantina».

A quel punto la Pappessa è troppo curiosa: «Mi perdoni, madre… A cosa le sono serviti tutti quei soldi???»

Lo spettro spiega con una certa contentezza di aver costruito case di accoglienze e conventi:

“i malati li accogliamo, mica li curiamo. Lo ha detto anche il Lancet. Si informi”.

Fra Bernardo de la Fiasca non si capacita: «A che servono tutti ‘sti conventi???»

Subito la santa donna defunta informa i presenti:

«Ad accogliere i poveri i malati e soprattutto le ragazze madri, che speriamo aumentino sempre di più perché questo vorrebbe dire che abbiamo vinto la nostra battaglia contro contraccettivi e aborto».

Il Priore sente la necessità di approfondire: «Cioè… Tutto il mondo le ha dato soldi per ospedali e lei li ha spesi per conventi???»

Teresa di Calcutta non si sottrae:

«Tutto il mondo mi ha dato soldi perché lavoro per la Pace: mi hanno dato anche il Nobel! E la pace si costruisce combattendo l’aborto».

Il Beverendo Gnocchetto Shardana, che fino a quel momento aveva taciuto cercando di venirne a capo, dichiara con grande umiltà: «Non colgo il nesso, ma mi dice chi erano i suoi più generosi finanziatori, giusto per ringraziarli di questo prezioso contributo?»

Ed ecco che i pirati non riescono più a sorseggiare un goccio di sacra bevanda: tra i finanziatori figurano dittatori di fama internazionale.

Robin Food squarcia l’attonito silenzio, forse rintracciando opportunità di scoop per l’Osservatore Pastafariano: «Possibile che mentre lei era in vita nessuno dava queste informazioni?»

Teresa ammette che qualcuno c’era:

«Un tizio inglese molto arrogante, Christopher Hitchens. Mica per niente era ateo. Ha scritto un libro, La Posizione della Missionaria, pieno di accuse. Che rosicone!»

Corsara Ciambella, piratessa attenta allo studio e alla precisione nelle ricostruzioni, esclama: «Chissà se in Italia sia mai arrivato…»

Con grande stupore di tutti è Teresa stessa a dire che in Italia il libro è distribuito da Minimum Fax.

Robin Food è nuovamente meravigliato: «Come è possibile non sia diventato un bestseller!»

Con una risatina compiaciuta, la vecchina risponde:

«Anche questa volta Dio ha provveduto, chiamandomi a sé proprio il giorno in cui è uscito il libro. Cosa di cui ovviamente nessuno si è accorto».

Irrompe nella stanza Capitan Pastelli. Colpito dalla sua beltà lo spettro vacilla. Vorrebbe fare un giro in Pappamobile con lui, ma lo Scardinale risponde: «La Pappamobile… eh, non posso dargliela. PROPRIO oggi è finita dal meccanico».

Giampietro Belotti, il Casoncello dell’Illinois, aggiunge: «Il meccanico sono io».

Quanto vorrebbe resuscitare adesso, la cara Madre Teresa di Calcutta, ma… non c’è nessun Cristo che l’ascolti.


Epilogo

Sconvolti dalle rivelazioni dello spirito della santa, appena i pirati si sono ripresi dai fumi della preghiera sono andati alla ricerca di documenti che smentissero le parole udite. Ebbene, non hanno trovato esattamente ciò che cercavano:

https://www.nobelprize.org/nobel_prizes/peace/laureates/1979/teresa-acceptance_en.html

http://www.catholicnewsagency.com/resources/abortion/catholic-teaching/blessed-mother-teresa-on-abortion/

Fox, Robin (1994). “Mother Teresa’s care for the dying”. The Lancet344 (8925): 807–808. doi:10.1016/S0140-6736(94)92353-1

http://www.catholicnewsagency.com/resources/life-and-family/natural-family-planning-nfp/what-did-mother-teresa-say-about-nfp/

http://www.lanuovabq.it/mobile/articoli-ogni-persona-rappresenta-cristo-il-segreto-di-madre-teresa-17287.htm

http://www.huffingtonpost.it/2016/09/04/lato-oscuro-madre-teresa_n_11858342.html

http://www.huffingtonpost.com/krithika-varagur/mother-teresa-was-no-saint_b_9470988.html

http://temi.repubblica.it/micromega-online/madre-teresa-non-era-una-santa/

http://www.srai.org/mother-teresa-where-are-her-millions/

https://www.ewtn.com/New_library/population.htm

http://indiafacts.org/mother-teresa-eichmann-calcutta/

http://www.patheos.com/blogs/daylightatheism/2008/05/mother-teresa/

http://www.stirjournal.com/2014/07/21/living-and-working-with-the-missionaries-of-charity/

http://sallywarner.blogspot.it/

Christopher Hitchens: Hell’s Angel (sub ITA)

Christopher Hitchens, La Posizione della Missionaria, Ed. Minimum Fax https://www.minimumfax.com/shop/product/la-posizione-della-missionaria-1167

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I Pastafariani hanno fame di Riconoscimento

La Church of The Flying Spaghetti Monster è impegnata in una battaglia legale per il riconoscimento in Germania, e promette di portare la causa alla Corte di giustizia europea.
Il tribunale di Templin, piccola cittadina nel nord-est del paese in cui è cresciuta Angela Merkel, si pronuncierà oggi sulla questione se il gruppo abbia o meno il diritto di pubblicizzare le sue messe tagliatellose del venerdì mattina mediante segnaletica stradale.

La chiesa è stata fondata dagli atei in America nel 2005 come antidoto al cristianesimo fondamentalista. I suoi membri, chiamati “Pastafariani”, svolgono cerimonie in abiti pirata ed indossano scolapasta sulla testa.

“Si tratta di una decisione fondamentale riguardo il nostro riconoscimento o meno come comunità ideologica. È di vitale importanza per noi e siamo pronti a portarla alla Corte di giustizia europea se necessario “, ha dichiarato Rüdiger Weida, la guida dei Pastafariani.
L’operatore sociale in pensione, di anni 66, ha dichiarato che il gruppo conta tra i 15 ei 20.000 seguaci in Germania.

I cartelli stradali assomigliano molto a quelli esposti da chiese ufficiali che pubblicizzano giorno ed orario delle funzioni. La differenza principale è il simbolo del mostro a forma di granchio con gambe di spaghetti.
Il sindaco locale nel 2014 aveva dato loro il permesso di affiggere pubblicamente i cartelli, che hanno continuato a essere esposti in attesa dell’esito dell’azione giudiziaria.
L’autorità stradale regionale ha revocato al gruppo il permesso di esporre i cartelli a seguito delle rimostranze della chiesa protestante locale.

Il caso si è trascinato per tre anni. Il gruppo ha perso in primo grado a Francoforte presso il tribunale regionale di Oder, ma ha fatto appello, sostenendo di dover accedere agli stessi diritti delle chiese riconosciute. Sembra destinato a perdere anche in appello. All’udienza del primo tribunale regionale all’inizio di luglio, i giudici non sono sembrati convinti dalle sue argomentazioni.
“I giudici hanno detto che i pastafariani non diffondono una visione del mondo, ma piuttosto fanno commenti critici sulle religioni attraverso la parodia”, ha dichiarato Judith Janik, una portavoce del tribunale. Il signor Weida impassibile e ha detto che il gruppo ricorrerà alle donazioni del suo esercito di sostenitori tedeschi per continuare la lotta.

La congregazione locale svolge le proprie funzioni religiose in un fienile riconvertito, adornato su una parete da un dipinto del mostro di spaghetti.
Alla domanda di come sia una funzione religiosa standard, ha dichiarato: “Tutte le religioni rubano i rituali dei loro predecessori, per cui le nostre messe sono largamente basate su quelle cattoliche. Innalziamo lodi alle nostre reliquie, poi leggiamo il nostro credo da un rotolino di tagliatelle, poi cantiamo una canzone dal libro degli inni pastafariani. Quindi celebriamo la comunione, ma con la birra e le tagliatelle. Poi recitiamo la preghiera Mostro Nostro“.

Le reliquie sono una bandiera pirata toccata miracolosamente da una “appendice pappardellosa che è apparsa dalle nuvole e una bottiglia di birra misteriosa contenente uno spazzolino da denti trovata su un prato”, ha detto. “Il nostro più grande miracolo è una bottiglia di rum senza apertura”.

Tradotto dall’articolo “Pastafarians hungry for recognition” pubblicato da The Times il 2 Agosto 2017.

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Rubriche Misteri Pastafariani

L’abbiamo cercato ed intervistato per voi. Ci addentriamo ora nella selva oscura: il sempre imitato ma mai eguagliato Antonio Esposito (detto in confidenza AE), si disvela a noi in tutta la sua piratesca essenza…gustatevelo perchè cosi come ora non lo potrete vedere forse mai e poi mai! (E non vi garantiamo che lo vediate in effetti)

(Puoi odiarlo, amarlo o ignorarlo, comunque sia il PSV se ne sbatte sempre le polpette).

 

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Blasfemia sì, blasfemia no.

La bestemmia è un’ingiuria che può offendere il sentimento religioso. Tuttavia, proviamo a bendare l’occhio emotivo e a ragionare come pirati pronti a salpare per spirito di conoscenza, curiosità e decisivo senso pratico.

Siamo sicuri che tutti quelli che bestemmiano hanno intenzione di offendere?

Siamo sicuri che tutti i bestemmiatori danno peso letterale alle espressioni utilizzate?

Siamo sicuri che la bestemmia del malcapitato che urta il piede contro lo spigolo è così grave da costituire “reato”?

Siamo sicuri che espressioni ormai diventate intercalari folcloristici vadano sanzionate?

Siamo sicuri che l’utilizzo della bestemmia come espediente stilistico o come mezzo espressivo in arte sia una scelta da punire o da osteggiare?

Be’, certo, sono domande retoriche e celano un punto di vista laico! Mettiamoci piuttosto nei panni di un fervente religioso! Il pirata che si pone i quesiti elencati è un fervente religioso! È un pirata pastafariano e rende culto al Prodigioso Spaghetto Volante! Il suo Dio, però, non si offende: aggettivi come “porco” o “bastardo” suscitano il suo riso e non lo feriscono nell’orgoglio: figuriamoci se nella sua immensa sugosità il Prodigioso si scomodi per vendicare una parolaccia!

Grazie al divino buon senso del suo Dio, il buon pirata pastafariano riesce a confrontarsi con la blasfemia serenamente, affidandosi al buon gusto di ciascuno. (altro…)

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Salmoni Pastafariani – 9. L’Isola del Dolce Tesoro

psvpirataEra bellissimo vedere Buon Pirata andare verso la spiaggia per giocare con i suoi amici. Avreste dovuto vederli: lui vestito di blu, tutto scintillante e col tricorno, Rosetta con il fiocco e il fazzoletto rosso che gli zompettava lillera e felice intorno, e Tu Chitti tutto colorato sulla spalla del pirata.

Faceva molto caldo quel giorno, tanto che le fate non si videro, si sa che preferiscono stare sotto le foglie degli alberi piuttosto che sudare molto. Anche il pirata si distese all’ombra di un grande banano, mentre Rosetta decise di rinfrescarsi le zampe sulla battigia.

Aveva appena chiuso gli occhi ed appisolarsi, quando fu destato dai latrati del cane: “Bau, arf!” abbaiò Rosetta, “Cocorì!” ciangottò Tu Chitti, “Che succede, ahrrr?” brontolò Buon Pirata. Il mistero fu risolto quando Rosetta portò a far vedere cosa aveva trovato tra le onde: “Un astuccio di legno! Chissà cosa contiene.” disse il pirata. Si fecero tutti attenti e seri e poi aprirono l’astuccio. “Ma è una Mappa!” esclamò Buon Pirata aprendo la pergamena che c’era nell’astuccio.

“Anzi una Mappa del Tesoro! Guardate questa grande X segnata su quest’isola, indica il punto dove scavare.”. “Scavare! Trrroveremo un tesoro” disse il pappagallo “Bau!” sentenziò Rosetta. “Già, come ci arriviamo? Avete ragione, senza un Galeone non ci si arriva all’isola, e se restiamo qui, addio Tesoro!”

Allora Tu Chitti si alzò in volo e si mise a scrutare l’orizzonte sulla cima dell’albero più alto dell’isola. Si sa che i pappagalli hanno una vista eccezionale, tanto che riescono persino a vedere la Teiera Volante tra i pianeti. E pure quella volta confermò la fama di quei fantastici uccelli colorati: molto ma molto lontano vide un Galeone, ma non un galeone qualsiasi, ma proprio IL Galeone, quello che Buon Pirata solcò i Sette Mari, prima che la Tempesta li separasse.

Il pappagallo volò a dare la buona notizia a Buon Pirata, e lui saltellò di gioia sull’unica gamba buona: finalmente avrebbe riavuto la sua nave. Poi, però, si fermò e pensò a voce alta: “Un momento, anche se arrivassi da solo con i miei amici, non riuscirei a governare la nave, come posso fare per trovare una ciurma disposta a solcare gli oceani?”

Questa volta fu Rosetta a saltellare di gioia: “Bau bau bau!” spiegò al pirata “Come? Tu conosci dei bravi marinai che potrebbero fare al caso nostro? Allora corri a chiamarli, corpo di mille spingarde!” rise Buon Pirata, “Woffy!” disse seria seria rosetta ed ubbidì al suo amico Pirata.

Dopo un poco di tempo tornò con i due Bravi Marinai che presentò ai suoi amici. Erano il tucano Cuccurucuccù ed il porcospino Cipitto, che erano entusiasti di far parte della ciurma di Buon Pirata. E poi, chi non andrebbe all’avventura quando c’era da scoprire un tesoro? Ora rimaneva solo da salire sul galeone. Come fare? Buon Pirata si ricordò di una barca a remi che aveva visto vicino alla spiaggia e ci si recarono tutti.

La barchetta non era di nessuno, montarono e il pirata cominciò a vogare verso la nave, guidato da Tu Chitti che gli diceva “Destra!” e “Sinistra!” se sbagliava direzione. Ci volle mezza giornata per arrivare finalmente al Galeone, ma soddisfatti salirono a bordo e Buon Pirata si mise subito al timone, felice di aver ritrovato la sua meravigliosa nave. “Issate la randa! Spiegate la maestra! Attenti al controfiocco!” diede ordini marinareschi alla ciurma che di becco e di denti cominciarono a tirar funi e vele, correndo qua e là sul ponte. In definitiva si dimostrarono tutti piuttosto bravi e il pirata promise doppia razione di spaghetti per tutti quella sera, li avrebbe preparati lui per lodare il Prodigioso.

Dopo cena guardarono la Mappa del Tesoro, Buon Pirata da bravo capitano calcolò che erano sulla rotta giusta. Avrebbero raggiunto l’Isola del Tesoro in pochi giorni di navigazione, e lui raccontò la storia di quell’isola che tutti evitavano perchè si diceva fosse abitata dai giganti. In verità l’Isola del Tesoro era piccolissima e con molte palme, chi la vedeva da lontano vedeva le chiome degli alberi muoversi al vento e le scambiava per i capelli di esseri mostruosamente alti.

Così quando arrivarono nessuno ebbe paura di scendere sull’isola. Buon Pirata portò vanga e piccone e tutti quanti si apprestarono a cercare il tesoro Prima di tutto sulla Mappa c’era scritto di trovare un masso a forma di teschio “Eccolo qua!” esclamò il pirata, poi c’era da contare 33 passi da Pirata verso Mezzogiorno, “Uno … due…” contò, e arrivato a trentatrè disse “Ora bisogna contare 333 passi di pappagallo verso Est, ma sono stanco e mi fermo sotto questa palma per farmi un sonnellino, continueremo dopo” e si mise subito a ronfare assieme al tucano ed al porcospino.

TuChitti e Rosetta invece erano impazienti, e il pappagallo cominciò a camminare seguito dal cane e contare “Uno … due…” quando arrivarono alla X della Mappa, Rosetta cominciò a scavare come solo i cani sanno fare “Brava brava!” diceva Tu Chitti.

Ad un certo punto arrivò ad una cassa di legno: finalmente avevano trovato il tesoro! Ma le sorprese non erano finite.

Dovete sapere che anche il serpente Piticock cercava il tesoro, da molto tempo era nell’isola, ma non riuscendo a fare i passi da uomo e nemmeno da Pappagallo, era destinato a fare buchi a casaccio, senza trovare mai nulla. Spiò i due amici mentre trovavano la Cassa del Tesoro, e poi saltò fuori dal nascondiglio. Minaccioso disse: “Il tesoro è mio! C’ero prima io, mollate l’osso altrimenti …” facendo capire che poteva essere pericoloso. I due amici si spaventarono molto, ed a quel punto il rettile avvolse tra le sue spire la cassa, cercando di portarsela via. Ma l’unica cosa che riuscì a fare fu di ruzzolare a terra con cassa e tutto, che si aprì spandendo dappertutto il suo contenuto.

C’erano nientepopodimenoche: scatole di biscotti!

In quel momento arrivò Buon Pirata con i marinai, vide la serpe ed esclamó: “Che brutto serpentaccio! Il Prodigioso ti ha creato quando era più ubriaco del solito.”. “Tho, il Pirata che crede allo Spaghetto Volante! Ma io non ci credo e sono migliore di te!” gli rispose quell’insolente con un tono da sfacciato.

Ma Buon Pirata aveva ben presente il Primo Condimento,  e se qualcuno non crede allo spaghettoso, pace, non è vanitoso. E poi LVII preferirebbe che non ci si comportasse come un asino bigotto per descrivere la sua spaghettosa bontà.

Comunque estrasse subito la sciabola-cavatappi e disse: “Sciò! Rettilaccio della malora! Vattene ed a non più arrivederci! Ahrrrr” .

Piticock scappò così velocemente che qualcuno dice di averlo visto ancora oggi rotolare nel Deserto del Sahara. Poi Buon Pirata vide i biscotti: “Ma certo, ora ricordo! I miei biscotti! Li avevo nascosti io molto tempo fa perchè se avevo voglia di fare una festa con i dolci, avrei portato la ciurma su quest’isola!”

Insomma si divisero i biscotti e risero così tanto che da quel giorno si disse: “Ridi, ridi che nel’isola ci son i biscotti!”

RAmen.

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Salmoni Pastafariani – 8. La Teiera Volante

img_4664Quel giorno Buon Pirata si sentiva come se gli mancasse qualche cosa ed allora decise di andare alla locanda per pregare il Prodigioso.

Dopo essersi vestito con la sua palandrana blu e il tricorno, tutti tempestati di piccoli diamanti come fossero stelline, mise la fascia arancione, la sciabola, che serviva solo ad aprire la birra in verità, e la benda sull’occhio.
Poi sistemò Rosetta, l’amica cagnolina, le mise il cerchietto con il fiocco e la bandana rossa al collo.
Chi mancava ancora? A, sì: il pappagallo colorato!
“Non so ancora come ti chiami …” mormorò tra sè e sè il Pirata.
Il pappagallo piegò la testa di lato e disse:

“Vuoi saperrre il mio nome? Davverrro?”

“A! Ma tu parli!” Esclamó sorpreso Buon Pirata.

“Cerrrtamente che parlo, io. Sono un pappagallo, mica un pinguino, ahrrr! Anzi, orrra ti racconto la storrria del mio nome.”

E cominció a spiegare al Pirata di quando era un pappagallino nato in una gabbia a Maracaibo. A proposito, a sentire quel nome, Buon Pirata ebbe a sospirare così forte che Rosetta fece un balzo e cominció ad annusare dappertutto.

Fattostà che un capitano Filibustiere lo compró e se lo pose subito appollaiato sulla spalla.

Era così carino, proprio un amore di pappagallino, che una bambina chiese di poterlo vedere da vicino, e poi esclamó rivolta al capitano accucciato:

“Ha i colori dell’arcobaleno. Lo chiamerete Tu Chitti, vero Filibustiere?” Lui rise e disse che sì, il nome gli piaceva molto, poi lo portò nella sua nave. Fu lui ad insegnargli a parlare. Navigarono i Sette Mari, ma a questo capitano Filibustiere piaceva un sacco sfidare le temperature polari a torso nudo, poiché adorava il freddo ed il ghiaccio. Però obbligava anche il suo equipaggio a rimanere al gelo senza casacca e camicia. E così sapeste quanta tosse e geloni che si prendevano i poveretti?

Ma noi che osserviamo i Condimenti sappiamo che l’ottavo dice: “Io preferirei che tu evitassi di fare agli altri quello che vorresti fosse fatto a te a meno che non lo apprezzi.”

E quando pure Tu Chitti si prese un raffreddore coi fiocchi, allora il Filibustiere fu toccato dallo Spaghetto. Si diresse verso mari più caldi e permise alla ciurma di vestirsi. Anche se a lui continuava a piacergli il freddo.
“Ti chiami Tu Chitti? Mi piace! Mi garba assai! Ahrrr…” disse Buon Pirata
“Ahrrr … Ahrrr …” ripetè Tu Chitti … a pappagallo.
Tutti e tre si incamminarono verso la Locanda. Si sedettero ed arrivò loro il cibo: spaghetti con le polpette per il pirata e Rosetta, e semi di girasole a Tu Chitti. Oltre alla sacra bevanda, il Tè, una bella teiera fumante per Buon Pirata.
Poi successe una cosa meravigliosa: Buon Pirata guardò dentro la Teiera e sembrò ricordasse qualcosa di importante perchè sorrise e sembró illuminarsi.

Seppe proprio in quel momento
cosa gli mancava: Maracaibo, la città meravigliosa!

Doveva lasciare l’Isola dove abitava, trovare un Galeone nuovo che lo portasse via. Doveva continuare la sua fantastica avventura.
Allora uscì in strada portando la Teiera, e la lasciò. Ma non cadde a terra. No, prese a volare nel cielo. Sempre più su, sempre più in alto, fino ad arrivare tra i Pianeti lontani.

“Ecco è arrrrrrivata! Ahrrr …” esclamó Tu Chitti, poiché i pappagalli sono gli unici che possono vedere così lontano “Orrra è con l’Unicorrrno ed il Prrrodigioso!”

E Buon Pirata si tolse il cappello e salutó: “Ahrrr!”.
Da quel giorno si disse: “Solo chi può guardare lontano vede la Teiera Volante.”

RAmen.

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