Non facciamola lunga sul divorzio breve

 Disclaimer: nessun bambino è stato maltrattato (non da me, almeno) per elaborare le riflessioni che seguono, le quali si basano sulla mia esperienza di insegnante e partner di uomini con bagaglio al seguito, ma non di genitore, e van prese per il valore che hanno.

Ebbene sì, non ci avevo creduto ma dallo scorso 21 aprile il divorzio breve è legge. I tempi tra separazione e divorzio civile si accorciano da tre anni a un anno nel caso di separazione giudiziale, sei mesi nel caso di separazione consensuale, clausole a parte. Una proposta di legge che si trascina da dodici anni e che è stata votata con una maggioranza bulgara (398 sì, 28 no, 6 astenuti). Fatemi capire, se c’è voluto tanto per una cosa su cui erano d’accordo, come funziona per il resto?

MeloniComunque, qualche protesta si è levata. Ad esempio, il presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni avverte “I bambini non sono un dettaglio: vanno tutelati sempre”. Suppongo che fosse in bagno quando spiegavano che la riduzione non si applica in presenza di figli minori o non autosufficienti. (Anche Famiglia Cristiana ha lamentato qualcosa del genere nel sottotitolo di un editoriale, salvo poi specificare nel testo che in caso di figli minorenni la legge non cambia. Allora lo sapete pure voi che i vostri lettori non vanno oltre il titolo.)

Sono molto tentata di dire che la Meloni voglia far leva sul leitmotiv del “nessuno pensa ai bambini” per far presa sul suo pubblico, corroborata da qualche suo fantasma personale. Ma la mia religione mi impedisce di pensar male, quindi archivierò queste illazioni come peccati e berrò per purificarmi.

Dicevamo, nessuno pensa ai bambini! Pensiamoci dunque, ai bambini. Cosa significa tutelare i figli?

Tralasciamo il caso in cui un genitore manifesti violenza verbale, psicologica o fisica (e spiegatemi voi come opporsi al divorzio possa essere considerato un atto di tutela dei bambini in queste circostanze).

Supponiamo che due persone, sposate o meno, si scoprano incompatibili. Anche con un grande sforzo zen, gli esiti possibili di una convivenza forzata sono due: tensione o indifferenza reciproca. Cose che alla lunga anche un bambino percepisce, sentendosi responsabile.

È naturale anteporre la felicità dei propri figli alla propria. Tenere in piedi uno scenario di cartapesta può sembrare un gesto altruista, ma si rischia di dare una lezione sbagliata sull’amore e sulle relazioni, trasmettendo il messaggio che sia normale condividere la propria vita con qualcuno che non si stima e per il quale non si prova più nulla; e respirare quest’aria può portare a impantanarsi in una relazione altrettanto fallimentare in futuro.

È difficile trovare il coraggio, il tempo e le parole per spiegare a un bambino che se certi meccanismi proprio non ingranano è il caso di rinunciarvi. Molte coppie rimandano per timore delle prevedibili reazioni di frustrazione, dolore e rabbia, basandosi sulla concezione fallace che un bambino debba essere protetto dalla sofferenza a tutti i costi. E poi capita che, dopo aver provato e sopportato tutto, ci si trovi talmente ai ferri corti da esplodere senza che ci sia stato il tempo di fare questi discorsi.

Ho incontrato molti studenti difficili tra i figli di separati. Facile concludere che la separazione in sé causa il disagio, no? Beh, provate a parlare coi genitori, e vi renderete conto che il motivo è leggermente diverso: per compensare il trauma di una separazione mal gestita e allontanare il senso di colpa, si contendono l’affetto dei figli, li viziano, li giustificano, si contraddicono l’un l’altro, e cercano di sottrarli a molte difficoltà necessarie e formative e rendendo così molto più arduo un intervento educativo.

L’On. Meloni ritiene giusto ostacolare legalmente le separazioni. Ma a parte che la strategia del proibizionismo in questi casi si rivela perlopiù fallimentare, cosa ci assicura che questo contribuisca al benessere e alla felicità reali e a lungo termine dei figli?

Proviamo a ragionare a monte. Se il matrimonio non fosse dipinto come traguardo doveroso a cui ottemperare, alimentando l’idea che se non ci si sposa entro una data età allora si è “sbagliati”, qualcuno potrebbe prendersi il tempo per conoscere bene se stesso e il partner, scegliendolo con cognizione di causa; poi se vorrà si sposerà, e sta’ a vedere che non sarà un matrimonio “usa e getta”. Se la piantassimo con questa storia che una donna senza figli non è realizzata, le donne potrebbero prendersi il tempo di comprendere appieno le conseguenze e le responsabilità dell’essere madri, capire se lo desiderano davvero, e talora addirittura giungere alla balzana conclusione che la propria strada sia un’altra. Non mi sembra d’altronde che siamo in emergenza demografica, e mi sento abbastanza sicura a sostenere che un figlio intimamente desiderato avrà più possibilità di sentirsi al sicuro rispetto a un figlio sfornato per mettersi in pace con le aspettative altrui.Notmarry

Ma guarda caso, sono proprio gli ambienti più conservatori a dipingere il matrimonio archetipico come qualcosa che prescinde da un lungo percorso di conoscenza reciproca (sì, anche sessuale, ma non solo), e a considerare la maternità un valore a priori.

Vogliamo rimanere ancorati a valori il cui solo pregio è quello di essere “tradizionali”, benché non più sentiti ormai da generazioni? Se è così che deve essere, non ascriviamo al divorzio breve l’instabilità della famiglia odierna.

Pensiamoci dunque, ai bambini. Ma non quando ci sono già: pensiamoci prima, molto prima.

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Quartermaster Tuna

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