Noi, i ragazzi di tutti gli zoo del mondo

Chi tra noi anzianotti non ricorda con una vaga nostalgia i ruggenti anni Ottanta? Beh, ad esempio io no.

paillettesMusicalmente, come in ogni epoca, si alternavano alti e bassi, ma c’era in genere un abuso del sintetizzatore in alcuni casi imperdonabile. Litigavo quotidianamente con mia madre che insisteva nell’uso delle doppie spalline nonostante io avessi spalle già sufficientemente larghe, col risultato di farmi sembrare un giocatore di football americano ma con una divisa luccicante di paillettes. I mangianastri tenevano fede al loro nome mangiandosi letteralmente le cassette e quando si esauriva la batteria i walkman emettevano suoni che avrebbero richiesto un’esorcista.
E io ero minorenne e non potevo bere birra né altro che rendesse tutto quanto più sopportabile. Un incubo, insomma.

Ma sto divagando.

Mi sono venuti in mente gli anni Ottanta perché i tristi eventi di questa estate mi hanno fatto ricordare lo spauracchio dei tossici, che in quegli anni andava molto di moda. Attenzione a quei giardinetti che ci sono i drogati. Attenzione che ci sono i drogati che sotterrano le siringhe in spiaggia lasciando l’ago fuori perché ti punga. Se un drogato ti chiede cento lire per un biglietto del bus non dargliele perché vuole usarle per comprarsi la droga.

Credo che molti della mia generazione abbiano assimilato l’idea del drogato a quella del tizio sporco, con la parlata strascicata, l’occhio rovesciato, i buchi sulle braccia e tutta una serie di malattie orrende come AIDS ed epatite. Questo perché nei fantastici anni Ottanta ci fu il boom del consumo di eroina, che divenne un grossissimo problema sociale in Europa: tossicodipendenti vivevano per le strade di qualunque città di una certa dimensione, procurandosi denaro con furti, scippi, prostituzione ed elemosina, e spesso morendo di overdose o per una partita tagliata male. Poi, a partire dai primi anni Novanta, il fenomeno si attenuò. Gli effetti negativi dell’assunzione di eroina, anche a livello sociale e sanitario, erano stati troppo evidenti, e anche le campagne di sensibilizzazione avevano fatto il loro lavoro.

Forse è perché abbiamo quell’immagine in testa che non riusciamo a giudicare in modo obiettivo il consumo di droghe, e non riusciamo a distinguere tra i vari tipi di sostanze psicotrope; nell’immaginario collettivo, chiunque faccia uso di droghe si sa, è destinato a finire così.

Eppure sareste sorpresi dallo scoprire quanti, intorno a voi, fanno uso di droghe in modo regolare senza che questo comprometta la loro funzionalità o che le renda persone diverse da come li conoscete. Direste: ma io la parola “tossicodipendente” non la vedo applicata a quella persona.

In parte perché molte di quelle che sono a tutti gli effetti sostanze psicotrope non sono considerate come tali: si pensi a qualunque farmaco che agisca a livello neurologico, come le benzodiazepine e gli antidepressivi. Sono farmaci di cui moltissime persone fanno uso, spesso fuori controllo, eppure sarebbero scandalizzate se le definiste “tossicodipendenti”. O magari c’è il vostro collega che sistematicamente si fa due o tre spinelli la sera, per rilassarsi, e non dorme bene senza. Anche questo è un tossicodipendente, ma nessuno lo nota e quindi nessuno lo chiamerebbe tale.

Naturalmente bisogna fare delle distinzioni; la cannabis è una droga leggera, ma ci sono molte droghe più pesanti che andrebbero bandite e che hanno effetti fisici devastanti: si pensi a una delle combinazioni più letali, che causa migliaia di decessi ogni anno per le patologie che causa. Naturalmente parlo di quella tra nicotina e tabacco. I fumatori che non riescono a smettere sono tossicodipendenti a tutti gli effetti. E sì, la nicotina ha effetti anche sul cervello, quindi non si può dire che non sia una sostanza stupefacente.

C’è un’altra sostanza psicotropa consumata quotidianamente da un numero spropositato di persone, il cui abuso genera ansietà, insonnia, tachicardia, aumento della pressione e nei casi più gravi aritmie cardiache, convulsioni e tremori, e può avere un ruolo importante nell’insorgenza di malattie cardiovascolari. Sto parlando, naturalmente, della caffeina.

E c’è poi quella droga che, per effetti diretti o indiretti, causa un numero forse ancora più alto di vittime all’anno. Avete capito tutti a cosa mi riferisco: l’alcol. Non vorrete negare che l’alcol generi effetti neurologici evidenti e, a lungo andare, problemi fisici importanti. E chi di noi, a parte quei poveri astemi, non consuma alcol una volta ogni tanto? Siamo tutti dei tossici, quindi, soprattutto noi pastafariani.

Cominciano dunque a spuntare le prime mani avanti… sì ma basta non guidare, fermarsi prima di esagerare… e poi la birra è buona, c’è anche in paradiso, e che diamine, e non sono male neppure il vino, il whisky, la grappa, la vodka…

Su una cosa devo concordare: nel consumo di alcol (e di caffè) è coinvolta un’esperienza organolettica non da poco, che si pone sullo stesso piano di quella puramente neurologica. Ma i più esperti potrebbero dire lo stesso del fumo di marijuana o di hashish: infatti, se andate in un coffee shop di Amsterdam, vedrete che sono esposti dei menu che permettono di scegliere tra diverse varietà.

Premettendo che non ho mai sentito di nessun caso (e vi invito a smentirmi se ne esistono) di qualcuno che sia morto di overdose di marijuana, e che eventuali decessi legati all’assunzione di THC sono pressoché sempre dovuti ad un comportamento imprudente conseguente al suo consumo. Ma così come viene ripetuto fino alla nausea di non bere e guidare, allo stesso tempo si potrebbe estendere la massima e dire “non assumete sostanze psicotrope prima di guidare” (magari con uno slogan più accattivante, ma il senso è quello).

Grafico che confronta il danno fisico e la dipendenza generati da diversi tipi di sostanze psicotrope.

Cosa vogliamo dire delle altre droghe? Vi fornisco all’uopo un grafico apparso sul Lancet qualche anno fa. Riporta sull’asse orizzontale il danno fisico causato da una sostanza, e sull’asse verticale la sua tendenza a dare dipendenza. Come potete vedere, nonostante l’ecstasy sia finito sotto accusa e sia considerato una droga pericolosa in quanto discende dalle anfetamine (che sono effettivamente una bruttissima bestia), si trova molto, molto vicino all’angolo in basso a sinistra.

Guardate dove stanno barbiturici e benzodiazepine, sostanze legalmente vendibili sotto prescrizione medica – in alcuni casi basta chiedere al medico la prescrizione e il medico non farà troppe domande – che molti di noi assumono per dormire o calmarsi; guardate dove stanno l’alcool e il tabacco, sostanze vendibili senza alcuna prescrizione.

Di ecstasy non si diventa dipendenti, se non nella ricerca di una sensazione, ma fisicamente non troverete nessuno che vada in crisi di astinenza da ecstasy. Di ecstasy però, si può morire per una serie di motivi. Si muore se banalmente se ne assume troppo. Si muore se non si tiene sotto controllo la propria temperatura corporea, magari perché si balla per ore e non si beve abbastanza, come nel caso di Lamberto Lucaccioni, il sedicenne morto quest’estate al Cocoricò per ipertermia maligna. Si muore anche se, nel tentativo di tenere sotto controllo la temperatura corporea, si beve troppo e poi non si va in bagno, causando edema cerebrale fatale, come nei casi di Leah Betts e Anna Wood.

Eppure basterebbe togliersi la maschera del tabù e del moralismo e fare un po’ di informazione. Perché, come qualcuno ha detto in modo forse un po’ cinico, finché ci sarà una crisi di valori i giovani continueranno ad assumere sostanze stupefacenti leggere. E la soluzione non sarà certo quella di tentare di imporre nuovamente dei valori che non sono più adatti alle nuove generazioni, il che porterebbe semplicemente ad un consumo di droghe sotterraneo, pur mantenendo un’ipocrita facciata di pulizia. D’altronde il problema delle droghe leggere è anche questo: non si può andare in giro a dire che l’ecstasy uccide, perché è evidente che si tratta di un numero ridotto di casi rispetto ai reali consumatori; e chi prova a fare terrorismo psicologico perde di credibilità.

Bisogna prendere consapevolezza del fatto che il problema esiste e attuare una strategia di riduzione del danno, il che si traduce in una parola: informazione.

Questi giovani non sono morti solo per l’ecstasy; sarebbe come dire che è l’esistenza delle automobili a causare gli incidenti stradali, o l’esistenza dell’acqua a causare l’annegamento. Sono morti soprattutto di disinformazione.

Possiamo di certo provare a costruire un mondo migliore in cui ricorrere alle droghe non sarà più necessario; ma nel frattempo è stupido e dannoso provare a nascondere la testa sotto la sabbia, minimizzando il fenomeno, condannando l’uso di sostanze psicotrope a priori e associandovi un ennesimo stigma sociale (non ne abbiamo già abbastanza?). Non stiamo dicendo che assumere droghe sia una sana abitudine; ma se proprio deve succedere (e purtroppo succede) che non debbano più spezzarsi delle vite per questo.

Perché così come tanti ragazzi che escono indenni dalla classica stupidità adolescenziale per poi condurre una vita normale e proficua, con le gioie e i problemi di tutti, Lamberto, Leah, Anna e i loro coetanei più sfortunati non meritavano di morire per disinformazione.

 

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Quartermaster Tuna

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