Donne libere: donne che non sono sole

LETTERA

Ciao. Scusa se non scriverò bene, non sono molto abituata, anzi questa è in assoluto la prima lettera che scrivo.

Ho conosciuto voi pastafariani per caso, mi siete sembrati simpatici, ma non sono abbastanza esuberante per vivere come voi. Però ho iniziato a seguirvi su fb. Ho letto le cose che scrivi. Leggo sempre i post che sono pubblicati da te. Ho visto che sei una mamma e mi sono domandata spesso com’è avere una mamma come te.

Da qualche tempo ho notato che ti pronunci spesso sulla libertà sessuale delle donne e anche sulla violenza.

Perdonami se ti sembro morbosa… è che appari così buona e allegra, allegra anche se sei saggia. Mi chiedo anche come mai sei così attenta alla problematiche femminili, immagino che tu non abbia avuto questi problemi, per essere come sei, fortunata e senza pensieri.

Ho letto che domani siete a Roma, per una manifestazione a favore delle donne.

Io non faccio mai cose del genere, ma le ammiro tanto.

Hai scritto che porterai con te la storia di molte donne violate e ferite.

Allora… porta anche la mia.

È capitato che tra i 12 e i 13 anni mio cugino abbia approfittato di me diverse volte. Lui aveva 25 anni. Non sono mai riuscita a raccontarlo a nessuno. C’era il problema dei soldi all’epoca. Mio padre aveva perso il lavoro e mamma si era fatta prestare da mio zio i soldi per estinguere anticipatamente un debito. Sembrava che la mia famiglia poteva cadere in rovina. Dovevamo ringraziare mio zio. E che poteva succedere se io accusavo suo figlio? Oltretutto mio cugino era sempre quello che insegnava a tutti come campare.

Adesso mi sono iscritta a una triennale e torno poche volte a casa. Mi sono fidanzata, penso che va tutto bene. Non voglio dire nulla al mio fidanzato. È inutile.

Il problema è che ho sempre paura. Sono proprio limitata. Ho paura del buio, di restare sola con qualcuno, di farmi male. Ho ancora gli incubi. Certe volte mi sento arrabbiata, odio il mio fidanzato pure se mi fa una carezza, poi mi pento, come se mi svuotassi. Mi sento improvvisamente floscia. Ecco, certamente ho l’umore instabile. E ho paura di un sacco di cose.

Mi sento sempre sola, Emanuela.

Dicono che le donne devono liberarsi, emanciparsi. Ma io non capisco come si fa.

[lettera anonima]

 

 

RISPOSTA

Porterò con me la tua storia.

Mi addolora sapere che nessuno abbia ancora potuto serbarla e prendersi cura di te.

Vorrei tanto che tu, prima ancora di chiederti come si fa a “emanciparsi”, affidassi il tuo dolore a qualcuno.

La liberazione della donna in molti casi è una ribellione. Significa intraprendere una rivolta quotidiana contro quegli stereotipi che ci inducono ad accettare, a interiorizzare o a rassegnarci alle aspettative, alle discriminazioni, alla violenza a noi destinate in quanto donne. La rivolta, il no, è una posizione che si assume a partire da molte direzioni. Spesso, mia giovane amica, è un lavoro individuale maturato con fatica negli anni, un lavoro messo in moto da esperienze personali dirette, a volte problematiche o, purtroppo, traumatiche.

Molte conquiste di consapevolezza e autodeterminazione sono conseguite però anche per mezzo della cultura, della lettura, della conoscenza, della frequentazione di donne comuni, artiste, intellettuali, attiviste. Persone che attraverso la loro vita, le loro opere o i loro percorsi professionali costituiscono un polo di confronto, oltre che un modello. La mentalità, la cultura sono la base preliminare a sviluppare un atteggiamento politico e civile che connoti la donna come cittadina avente diritto a realizzare se stessa in condizioni di parità; a pensare che la femminilità non sia un accessorio alla maschilità, né un onere biologico.

L’ambiente in cui sei cresciuta evidentemente non ha favorito una visione di te stessa sufficientemente autonoma e rispettosa, tale da darti coscienza del fatto che hai valore al di là della rete dei rapporti famigliari e a prescindere dalla sue sorti, economiche e non. A queste sorti hai dolorosamente sottomesso i tuoi diritti di ascolto e tutela, abbracciando di conseguenza una solitudine che ti è stata imposta anzitutto dalla mentalità in cui ti sei formata.

L’effetto più disastroso della tua solitudine è la mancata denuncia. Denunciare non ripaga del torto subito, ma sancisce che la vittima è nel giusto, porta alla luce una realtà che non deve ripetersi, evidenzia la falsità di quelle gerarchie in cui si verifca l’assurdo: uno stupratore “insegna a campare”.

No. Tu, tu puoi insegnare a campare, non tuo cugino. Tuo cugino ha fatto del male a te e ha tradito e violato i valori sociali e lo stato civile di cui fa parte.

La denuncia non solo ricolloca la donna e la sua dignità in seno al tessuto sociale, non solo richiama questo ai suoi doveri verso la vittima, ma dovrebbe corregge i vizi di relazione tra gli individui, riportando questi ultimi alla responsabilità delle azioni effettive. Attraverso la denuncia, inoltre, lo stupratore dovrebbe essere messo di fronte all’opportunità di cambiare: un uomo, che per sancire la propria libertà necessita di umiliare quella altrui, ha compiuto in modo disfunzionale e disumano il proprio sviluppo.

Come vedi, per risolvere un problema generale non è sufficiente l’emancipazione della donna. Senz’altro essa permette alle donne di riconoscere e difendersi dalle situazioni di ingiustizia, ma non le elimina. Gli uomini devono decidere di rinunciare alla violenza come modo di rapportarsi alla donna, devono decidere di non deridere, di non discriminare, di non umiliare, di non picchiare, di non violentare. Ciò può accadere solo se gli uomini si mettono o sono messi in contatto con una cultura che palesi loro che è sbagliato umiliare, picchiare, violentare.

Hai fatto quel che potevi con le tue sole forze e farai quel che sarai pronta a fare, mia dolce amica. Esistono eventi più grandi di noi e momenti in cui ciò che andrebbe fatto ci è impraticabile. Leggendo e rileggendo la tua lettera, cercando di rispondere alla tua storia, ma anche di andare oltre, non posso non notare che adesso, prima di una qualsiasi teorica “emancipazione”, tu debba elaborare il tuo dolore.

Non so dirti come si fa. Non so dirti cosa fare.

Capisco che hai paura, che sei rimasta bloccata in un tempo che si rinnova, intromettendosi contro il tuo volere nei tuoi giorni, nelle tue emozioni, nella tua memoria. So che la paura vuole essere accolta, come un bimbo cerca calore nel lettone della mamma.

La paura, però, non passerà mai se resti sola nel buio.

Lasciati aiutare dal tuo fidanzato. Comincia con una buona amica. Se vuoi, scrivimi ancora.

Qualcuno, volendoti bene, può farti compagnia in quella stanza scura, tenerti abbracciata, aspettare con te che passi. Ma se lo permetti, può provare a fare qualcosa di più grande: può prenderti per mano e portarti fuori da lì.

 

*potete scrivere a Beverenda Scialatiella Piccante all’indirizzo di posta elettronica: emanuelamarmo@libero.it

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmailFacebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail