Prodigiosina

La prodigiosina, portentoso pigmento

Serraia marcescens è un tizio noioso; un batterio (enterobatterio per la precisione) a forma di bastoncino che, una volta stabilitosi nel sistema digerente animale, è difficilissimo da mandare via. È infettivo per gli umani ed è anche un opportunista, perché si approfitta dei pazienti immunocompromessi per causare infezioni ospedaliere veicolate da strumentazione e resistenti agli antibiotici: malattie respiratorie in pazienti intubati, infezioni urinarie dove è presente un catetere ed endocardite nei malati con flebo endovenose. Insomma, un tipo poco raccomandabile.

Serratia marcescens
Serratia marcescens. Immagine di Brudersohn da Wikipedia, licenza CC BY-SA 3.0

A noi però non interessa tanto S. marcescens quanto un suo importante metabolita, un pigmento di colore rosso chiamato 4-metossi-5-[(Z)-(5-metil-4-pentil-2H-pirrol-2-ilidene)methil]-1H,1′H-2,2′-bipirrolo. Gli amici lo chiamano semplicemente prodigiosina.

Il modo in cui la prodigiosina viene metabolizzata è, perlopiù, un mistero. È stata recentemente oggetto di attenzione da parte degli studiosi di chimica organica e farmacologia. Il pigmento, definito “meraviglioso secondo metabolite” da Bennet & Bentley, sembra avere importanti proprietà antifungali, antimalariche, antibiotiche e immunosoppressive, ma soprattutto pare che induca le cellule cancerose maligne a innescare la propria morte programmata e che quindi sia utile come antitumorale, tanto da essere oggetto di un trial clinico per il trattamento del tumore al pancreas. Insomma, sembra sia proprio un elemento incline a fare miracoli.

Ma veniamo alle cose serie.

Il tipo antipatico, S. marcescens, ha tra le altre cose la capacità di crescere sui carboidrati complessi e di produrre, dopo un po’ di tempo, questo pigmento rosso che poteva essere facilmente scambiato per sangue. Nel 1263, durante una messa a Bolsena, l’ostia eucaristica sembrò sanguinare; tutte le volte che il prete la ripuliva, si formava altro pigmento, che ovviamente veniva interpretato come altro sangue che sgorgava dall’ostia consacrata. L’evento è celebrato in un affresco dipinto da Raffaello nel Palazzo Pontificio, nella Città del Vaticano, ed è considerato come prova della transustanziazione dell’ostia nel corpo di Cristo; l’anno dopo, Papa Urbano IV istituì appunto la celebrazione del Corpus Christi in onore di questo evento.

Messa a Bolsena, Raffaello
La messa a Bolsena, Raffaello Sanzio, 1512.

Oggi noi sappiamo, grazie alla scienza ma soprattutto alla nostra Fede, che l’unico responsabile di questo presunto miracolo è null’altro che il Prodigioso che, coi suoi portentosi pigmenti, si diverte a gettare scompiglio nelle nostre credenze, per testare la nostra fede e spingerci a indagare oltre.

Per approfondire:

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Come i pastafariani salveranno il mondo dai cambiamenti climatici

Tutti voi ben sapranno che, con il declino della pirateria, le temperature medie terrestri hanno cominciato a salire, come mostrato dal seguente grafico. E come spesso implicato, per esempio, da alcuni oppositori dei vaccini, una correlazione implica sicuramente una causalità.

Immagine di Mikhail Ryazanov, CC BY-SA 3.0

A dire il vero il nesso causale tra numero di pirati e riscaldamento globale è ancora da chiarire. Tuttavia un gruppo di ricerca dell’Oak Ridge National Laboratory potrebbe aver escogitato un modo in cui i pirati (e i pastafariani in genere) possono contribuire efficacemente alla mitigazione dei cambiamenti climatici, ossia consumando alcolici.

Gli scienziati sono riusciti infatti a usare l’anidride carbonica (il gas principale responsabile del riscaldamento globale causato dall’uomo) e a convertirlo nella più utile delle sostanze chimiche: l’etanolo, altrimenti detto alcol etilico.

Come funziona? Va detto che il processo necessita ancora di qualche ottimizzazione, ma già di per sé è economico, riproducibile su grandi scale, efficace e si può portare a termine anche a temperatura ambiente. Serve solo un catalizzatore, un aggeggio che accelera le reazioni chimiche, fatto di nanoparticelle di rame incorporate in punte di carbone, e una tensione elettrica di appena 1,2 Volt (una normale batteria al litio ne fornisce 3,7). Questo è sufficiente a convertire il 63% di anidride carbonica disciolta in acqua in etanolo.

La scoperta, sorprendente e per certi versi accidentale secondo le parole degli stessi ricercatori, è stata oggetto di un articolo pubblicato sulla rivista Chemistry Select. La parte più singolare è forse la capacità di un catalizzatore relativamente poco costoso di compiere tutta la reazione in una fase sola, mentre gli scienziati si aspettavano di dover mettere a punto più fasi.

Il successo è probabilmente dovuto alla disposizione innovativa delle particelle, che fornisce un numero elevato di siti dove la trasformazione in etanolo avviene in modo molto efficiente. Inoltre, l’uso e la combinazione di questi materiali ha permesso di limitare reazioni indesiderate che avrebbero prodotto materiali di scarto e potenzialmente tossici come il monossido di carbonio.

I ricercatori sono convinti che grazie all’uso di materiali economici la loro tecnica per creare etanolo possa essere adattata in modo da garantire la fornitura a livello commerciale e anche all’interno di sistemi per la generazione di energie alternative. L’eccesso di elettricità proveniente da impianti eolici o solari potrebbe essere usato per fornire etanolo da usare poi come combustibile nei momenti di funzionamento intermittente.

Noi tuttavia non siamo del tutto d’accordo con questa proposta. Insomma, non sarebbe meglio collegare una distilleria a ogni impianto?

Fonte: Song, Y. et al., “High-Selectivity Electrochemical Conversion of CO2 to Ethanol using a Copper Nanoparticle/N-Doped Graphene Electrode”. Chemistry Select (2016), doi:10.1002/slct.201601169

[Immagine in evidenza di Nik Frey, CC BY 2.5]

 

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Lieviti di birra ale: i loro geni, la loro storia

Quanto sono diversi i ceppi di Saccharomices cerevisiae usati per produrre birre a fermentazione alta e vino? Un gruppo di scienziati appartenenti a università ubicate tra Portogallo, Argentina e Germania ha mostrato che il genoma dei lieviti usati per la birra non solo li rende chiaramente distinguibili dagli altri, ma che ha una storia complessa, che reca svariati segni di addomesticamento.

Come molti di voi sapranno, la sacra bevanda è prodotta dalla fermentazione di zuccheri derivati da amidi presenti nei chicchi di alcuni cereali. Le birre lager sono a bassa fermentazione, ossia, dopo la fermentazione i lieviti (alcuni ceppi ibridi di Saccharomyces pastorianus) si depositano sul fondo. Invece le birre ale sono più vicine alle antiche tipologie di birra e fermentano grazie a Saccharomices cerevisiae, un lievito ad alta fermentazione, che dunque forma una schiuma al di sopra del mosto.

In una ricerca pubblicata di recente sulla rivista Current Biology, Margarida Gonçalves e collaboratori hanno mostrato che, al contrario dei lieviti usati per il vino che sono tutti geneticamente molto simili tra loro, i lieviti per birrificazione ad alta fermentazione non solo sono più diversificati dal punto di vista genetico, ma addirittura non si riesce a risalire a un antenato comune (si dice che sono polifiletici). Le analisi del DNA dei lieviti per produzione di birra mostrano che il gruppo più importante include tre sottogruppi, i quali sono rappresentati principalmente dai ceppi di birra tedesca, inglese e Weizenbier (birra di frumento). I lieviti usati per produrre altri tipi di birre ale sono imparentati più strettamente con quelli impiegati nella produzione di vino o sakè, oppure nella panificazione.

Inoltre la birra ha una storia lunga e intrigante, poiché, risalendo a oltre 5000 anni fa, è una delle nostre bevande più antiche, ed è stata diffusa in Europa dalle tribù celtiche all’incirca duemila anni fa. Basandosi sulle prove a disposizione, i ricercatori hanno mostrato che l’emergenza del gruppo principale dei lieviti di birra è avvenuta in un evento ben distinto rispetto a quello, già noto, che ha riguardato l’addomesticamento dei lieviti per vino e sakè.

Una possibile spiegazione alla difformità dei ceppi usati per la birra può farsi risalire alle differenze fondamentali tra la vinificazione e la birrificazione. Quest’ultima dipende fortemente dalle modalità con cui viene via via aggiunto il lievito in fase di fermentazione, e non ha una connotazione marcatamente stagionale come nel caso del vino. Inoltre, la varietà di materie prime e tecniche per la birrificazione può aver portato all’instaurazione di diverse modalità di selezione artificiale (e quindi addomesticamento) dei lieviti. La ricerca di nuove varietà di birra può aver indotto gli artigiani a cooptare i ceppi originariamente usati per pane, vino e sakè adattandoli alla produzione di birra ad alta fermentazione (da notare che non succede il viceversa, cioè non si conoscono ceppi di lieviti originariamente usati per la birra e poi adattati alla vinificazione o alla panificazione).

Questo primo sguardo alla genetica dei lieviti da birrificazione schiude interessanti prospettive per la conoscenza di uno dei microbi senza dubbio più utili all’umanità.

Fonte: Gonçalves et al.: “Distinct Domestication Trajectories in Top-Fermenting Beer Yeasts and Wine Yeasts”, Current Biology (2016), doi:10.1016/j.cub.2016.08.040

Immagine in evidenza di Forrest Tanaka, licenza CC BY-NC-ND 2.0

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benvenuto nella giungla

Lo dice la scienza… o no? Guida di sopravvivenza – Livello 3: re della giungla!

Ok, fino ad ora ci siamo preoccupati di non farci fregare nella vita di tutti i giorni dai titoli degli articoli sui benefici dell’annusare scorregge e di come si pubblica davvero un articolo scientifico, ma manca ancora una questione importante: che tipi di articoli scientifici esistono? Eh, già, perchè come per la guerra, non è lo stesso avere davanti il coltello da burro, un fucile o la bomba H.

Purtroppo però vanno tutti sotto il nome di “armi”. Nella letteratura scientifica è la stessa cosa, ci sono articoli e articoli, e questo nasconde altri pericoli.

Fin qui sei riuscito a sopravvivere alle armate della disinformazione del nuovo millennio, complimenti, purtroppo non è finita. Ora bisogna sopravvivere alla giungla. Sanguisughe, serpenti velenosi, ragni grossi come un procione e pelosi come le cosce della cugina di campagna femminista che non si è mai rasata per protesta contro la patriarchia. Ricorda, ogni cosa intorno a te vuole sempre ucciderti peggio che se vivessi in Australia. E solo i più tosti possono cavarsala anche contro queste trappole letali. (altro…)

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zombie ninja pieno di serpenti

Lo dice la scienza… o no? Guida di sopravvivenza – Livello 2: ninjas & robots

Sull’attenti soldato! É tempo di riprendere il tuo addestramento di sopravvivenza. Vediamo di capire come funziona veramente la letteratura scientifica, così capiremo come uscire vivi dalla giungla della disinformazione anti-scientifica. E ricorda, la disinformazione uccide.

Ora é importante capire a quale fonte approvvigionarsi, come riconoscere di chi fidarsi, perché di trappole ce ne sono molte e in particolare affronteremo i temibili Ninja Zombie Serpentuti e i Gemelli Robot Malvagi di cui abbiamo parlato nello scorso articolo. E non temere per la fine di questo articolo saprai dove trovare notizie affidabili, non solo come evitare il fuoco nemico! (altro…)

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Lo dice la scienza… o no? Guida di sopravvivenza! – Livello 1: sexy killer nurses

È una guerra fratello, una fottutissima guerra. Immagina la giungla del vietnam, immaginala piena delle bestie australiane che più vogliono ucciderti. Ora aggiungici i vietcong, ma non quelli normali! No, mettici dei ninja zombie pieni di serpenti velenosi. Adesso mettici pure qualche infermiera sexy che in realtà è un serial killer. Non basta, devi stare attento anche al tuo gemello robot malvagio creato da una multinazionale cattiva solo per ammazzarti.
Ok, adesso hai una rappresentazione mentale adatta di cosa succede a cercare informazioni scientifiche su internet: o sei il maledetto Rambo, o stai tranquillo che sei stato avvelenato con una dose mortale di anti-scienza appena ci hai messo piede. E l’anti-scienza uccide, anche nella vita reale (vedi qui, ne sono già morti in tanti). (altro…)

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Piero Angela ti ha fregato!

Prima di tutto devo fare una confessione: ho una brutta malattia. È una psicosi, un’ossessione, una vergogna, un fetish quasi sessuale: mi piace discutere con le persone di argomenti importanti, come evoluzione, omogenitorialità, cosmologia…

Lo so, è un ammazza-socialità fenomenale, per non parlare di che scatti da centometriste possono fare le ragazze dopo un “ti va di parlare delle teorie cosmologiche sulla nascita dell’universo?” (altro…)

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Noi, i ragazzi di tutti gli zoo del mondo

Chi tra noi anzianotti non ricorda con una vaga nostalgia i ruggenti anni Ottanta? Beh, ad esempio io no.

paillettesMusicalmente, come in ogni epoca, si alternavano alti e bassi, ma c’era in genere un abuso del sintetizzatore in alcuni casi imperdonabile. Litigavo quotidianamente con mia madre che insisteva nell’uso delle doppie spalline nonostante io avessi spalle già sufficientemente larghe, col risultato di farmi sembrare un giocatore di football americano ma con una divisa luccicante di paillettes. I mangianastri tenevano fede al loro nome mangiandosi letteralmente le cassette e quando si esauriva la batteria i walkman emettevano suoni che avrebbero richiesto un’esorcista.
E io ero minorenne e non potevo bere birra né altro che rendesse tutto quanto più sopportabile. Un incubo, insomma. (altro…)

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La logica di Stop Vivisection

Piratto
Il piratto, animale usato per testare l’alcol nelle istituzioni scientifiche pastafariane (foto originale di Steven Brewer disponibile su https://www.flickr.com/photos/limako/4858633856/)

A quanto pare, l’Unione Europea ha deciso nei giorni scorsi di bocciare l’iniziativa di matrice (ahimè) italiana “Stop Vivisection”. Per chi ha seguito la vicenda abbastanza da vicino, l’esito era abbastanza prevedibile.

Per chi invece ne sentisse parlare per la prima volta nonostante l’enorme battage pubblicitario, sostanzialmente, “Stop Vivisection” era una raccolta firme in cui si chiedeva, in prima battuta, l’abolizione della sperimentazione sugli animali.

Non intendo affrontare un discorso etico, né scientifico, meritevoli certo di attenzione ma non adatti a questa sede, cioè il bancone di un pub a fine serata. La mia è un’analisi puramente logica, dato che a mio avviso è possibile che chi si oppone strenuamente alla sperimentazione animale talvolta non abbia una visione della realtà completamente oggettiva e/o informata; e spesso ci si trova a perder tempo e risorse per… beh, direi niente.

Si prenda il nome dell’iniziativa. “Vivisezione” è un termine che di certo evoca immagini cruente e quindi un pelino fa leva sull’emotività. Peccato che la vivisezione, ossia la dissezione di animali vivi e coscienti, non sia più praticata in Europa da una settantina d’anni. Chiaramente “Stop Animal Testing”, per quanto più onesto, aveva un problema: non era abbastanza drammatico. Ci cascano anche parecchi giornali autorevoli, ad esempio la Repubblica su cui ad esempio è comparso quest’articolo scritto, probabilmente, sotto l’effetto di sostanze non testate sugli animali. (altro…)

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Invito a cena per Samantha Cristoforetti

Lo stupido sa molto,

l’intelligente sa poco,

il saggio non sa nulla,

il pirla sa tutto.


Samantha_Cristoforetti_portrait
Nel caso vi foste chiesti come stanno i suoi capelli in presenza di un campo gravitazionale. Molto bene, direi.

In questi giorni Samantha Cristoforetti, astronauta italiana, donna simpatica e ironica, nonché a nostro avviso pastafariana in incognito (come dimostra il suo amore per la Guida Galattica per Autostoppisti), è tornata sulla Terra e, insieme alla pastasciutta che sicuramente si sarà sbafata, è stata accolta anche da numerose critiche, come ad esempio quelle di Selvaggia Lucarelli.

Ora, sicuramente Samantha non se ne può fregare di meno di quello che pensa di lei la Lucarelli, e così io. Ma c’è qualcosa che brucia più delle critiche.

Brucia sapere che moltissimi italiani pensano che fare l’astronauta sia un lavoro come un altro. Anzi, no: brucia sapere che moltissimi italiani pensano che le missioni spaziali siano inutili. Che la scienza sia inutile. Che la ricerca sia uno spreco di soldi, una cosa che affascina i secchioni e che lo stato finanzia, seppur poco, per accontentarli.

La cosa non ci stupisce. La ricerca scientifica, ovviamente, non è inutile. E fare l’astronauta, ovviamente, non è un lavoro stupido. Il problema è che ciò che si investe nella scienza ritorna, moltiplicato per infinito, sotto forma di qualcos’altro. Mandare una navicella nello spazio è, effettivamente, una cosa inutile che facciamo per amore della scienza. Ma facendolo abbiamo imparato a mettere in orbita i satelliti, abbiamo studiato sul campo gli effetti della relatività, abbiamo analizzato le radiazioni cosmiche, abbiamo scandagliato la superficie terrestre e fatto un sacco di altre cose che la Lucarelli non è evidentemente in grado di capire, e quasi tutte le conquiste nel campo delle telecomunicazioni, della medicina, dell’agricoltura, dell’informatica e di mille altre cose sono state rese possibili dalle esplorazioni spaziali. Certo, per capirlo bisogna fare un piccolo sforzo, oltre che avere qualche rudimento di scienza, ma non credo bisogni essere astrofisici per capirlo.

Purtroppo al mondo esiste chi a questo non ci arriva. Come esistono i razzisti, i bigotti, gli omofobi. Noi pastafariani, che siamo tolleranti – ma non stupidi – sappiamo che queste idee esistono nel mondo, e le sopportiamo, perché non siamo tizi noiosi, e non crediamo di conoscere una verità che agli altri è sconosciuta. Ma una cosa accomuna queste idee: tutte derivano dall’ignoranza. L’idea che la scienza sia inutile deriva dall’ignoranza della scienza. Quella che gli stranieri siano inferiori, dall’ignoranza della loro cultura. Quella che gli omosessuali siano immondi, dal non conoscerli e non sapere quanto siano persone come tutte le altre, a volte molto molto più belle della maggiorparte della gente, altre ugualmente cretine, ma che ci vuoi fare? Per cui, anche se le idee sono relative, alcune derivano dal buonsenso, dalla conoscenza e dal senso civico, altre invece solo dall’ignoranza. E in un mondo senza centri di gravità, nel capirlo mi sveglio un po’ più contento.

Oggi l’Accademia saluta Samantha (che bello che tu non sia esplosa nell’at10389498_834063496674858_3170354902826616388_nmosfera!) e la ringrazia per averci dimostrato che un’intelligenza, un coraggio ed uno sforzo fuori dal comune possono portarci a conquistare obiettivi incredibili, e per averci indotto a questa riflessione. Le tue capacità avranno senza dubbio permesso alla missione di proseguire con successo – anche se non necessariamente in modi che i comuni mortali possano capire -, ma hanno anche ispirato i nostri animi e, perché no, donato un sorriso alle nostre giornate, attraverso la simpatia che nella difficoltà del tuo lavoro hai saputo trasmetterci. Quando vuoi, tieni presente che in qualunque città tu ti trovi, la pannocchia locale sarebbe onorata di offrirti una cena e una serata in simpatia, con tutto il calore che il tuo popolo italiano non ha saputo riconoscerti.

Ramen frittella <°(((><

(Da un servizio dell’Accademia Pirata di Scienze Pastafariane)

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