Prodigiosina

La prodigiosina, portentoso pigmento

Serraia marcescens è un tizio noioso; un batterio (enterobatterio per la precisione) a forma di bastoncino che, una volta stabilitosi nel sistema digerente animale, è difficilissimo da mandare via. È infettivo per gli umani ed è anche un opportunista, perché si approfitta dei pazienti immunocompromessi per causare infezioni ospedaliere veicolate da strumentazione e resistenti agli antibiotici: malattie respiratorie in pazienti intubati, infezioni urinarie dove è presente un catetere ed endocardite nei malati con flebo endovenose. Insomma, un tipo poco raccomandabile.

Serratia marcescens
Serratia marcescens. Immagine di Brudersohn da Wikipedia, licenza CC BY-SA 3.0

A noi però non interessa tanto S. marcescens quanto un suo importante metabolita, un pigmento di colore rosso chiamato 4-metossi-5-[(Z)-(5-metil-4-pentil-2H-pirrol-2-ilidene)methil]-1H,1′H-2,2′-bipirrolo. Gli amici lo chiamano semplicemente prodigiosina.

Il modo in cui la prodigiosina viene metabolizzata è, perlopiù, un mistero. È stata recentemente oggetto di attenzione da parte degli studiosi di chimica organica e farmacologia. Il pigmento, definito “meraviglioso secondo metabolite” da Bennet & Bentley, sembra avere importanti proprietà antifungali, antimalariche, antibiotiche e immunosoppressive, ma soprattutto pare che induca le cellule cancerose maligne a innescare la propria morte programmata e che quindi sia utile come antitumorale, tanto da essere oggetto di un trial clinico per il trattamento del tumore al pancreas. Insomma, sembra sia proprio un elemento incline a fare miracoli.

Ma veniamo alle cose serie.

Il tipo antipatico, S. marcescens, ha tra le altre cose la capacità di crescere sui carboidrati complessi e di produrre, dopo un po’ di tempo, questo pigmento rosso che poteva essere facilmente scambiato per sangue. Nel 1263, durante una messa a Bolsena, l’ostia eucaristica sembrò sanguinare; tutte le volte che il prete la ripuliva, si formava altro pigmento, che ovviamente veniva interpretato come altro sangue che sgorgava dall’ostia consacrata. L’evento è celebrato in un affresco dipinto da Raffaello nel Palazzo Pontificio, nella Città del Vaticano, ed è considerato come prova della transustanziazione dell’ostia nel corpo di Cristo; l’anno dopo, Papa Urbano IV istituì appunto la celebrazione del Corpus Christi in onore di questo evento.

Messa a Bolsena, Raffaello
La messa a Bolsena, Raffaello Sanzio, 1512.

Oggi noi sappiamo, grazie alla scienza ma soprattutto alla nostra Fede, che l’unico responsabile di questo presunto miracolo è null’altro che il Prodigioso che, coi suoi portentosi pigmenti, si diverte a gettare scompiglio nelle nostre credenze, per testare la nostra fede e spingerci a indagare oltre.

Per approfondire:

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La geografia della pasta italiana: La letteratura sulla cultura regionale del cibo

(Segue dalla puntata precedente)

Esiste oggi una considerevole letteratura sugli aspetti geografici e demo-etno-antropologici del cibo, nonché un’amplia bibliografia riguardo temi quali carestie, nutrizione e cambiamenti nell’agricoltura. Nell’antropologia sociale, le interpretazioni sulla struttura delle abitudini alimentari basate su simbolismi e significati sono state largamente superate; attualmente si predilige un approccio materialistico che evidenzia gli aspetti pratici. Tuttavia, solo di recente i sociologi hanno mostrato interesse nella cultura del cibo. Forse per questo gli esperti di scienze sociali non si sono sforzati molto di studiare la storia culinaria dei paesi sud-europei, e che il mito della diffusione della pasta via terra dalla Cina è rimasto per lungo tempo in auge. I sociologi studiano la cultura alimentare ipotizzando sia processi di differenziazione ed esclusione, sia quelli inversi di assimilazione e inclusione. Il primo tipo di processi (differenziazione ed esclusione) permette il mantenimento delle identità culturali da parte dei gruppi etnici di pertinenza, mentre i processi di differenziazione ed esclusione hanno come risultato la diluizione delle culture genitrici. Entrambi gli estremi sono insidiosi, poiché mentre l’assimilazione completa può portare alla sparizione di determinati tipi di cucina, la separazione completa li ghettizzerebbe.

In questo contesto sociologico, si può sostenere che una pietanza distintiva di una regione serve non solo a rafforzare l’integrazione all’interno di un gruppo etnico, ma anche ad escludere coloro che non ne fanno parte. Il fattore etnico si può considerare sia primordiale, sia situazionale; una cucina caratteristica riflette la lunga storia delle relazioni sociali reciproche all’interno di un gruppo etnico. Ragionando in termini spaziali, gli stili alimentari caratteristici possono essere analizzati in relazione al loro ambiente di provenienza, alle loro “biografie culturali” (in altre parole, alla storia della loro diffusione) e alle loro radici storiche.

Oltre ai fattori etnici, la stratificazione sociale può essere un fattore che differenzia molto le culture alimentari; l’emergere nella storia di tratti gastronomici differenziati a in base alla classe sociale (l’alta cucina della piccola nobiltà contrapposta alle pietanze spartane dei contadini) ha contribuito a differenziare le società su base regionale. Così, le tradizioni culinarie possono essere legate sia al raggruppamento etnico, sia al controllo e alla manipolazione delle strutture di classe. Inoltre, si può notare che i cibi esotici e i prodotti delle tavole più ricche hanno cominciato solo di recente a diffondersi giù per la scala sociale. D’altro canto è stato dimostrato che la cultura di classe non è così rilevante al fine di comprendere le tradizioni alimentari nei casi in cui le classi inferiori si sono generalmente rivelate in grado di nutrirsi bene.

Le tradizioni culinarie del mondo moderno vanno esaminate sullo sfondo dei cambiamenti nella produzione agricola, nel marketing e nel commercio, nei comportamenti sociali e nelle abitudini di preparazione del cibo. Tali cambiamenti hanno potenzialmente causato la disintegrazione delle tradizioni regionali in qualcosa di spazialmente più amorfo. Cionondimeno, i processi di adozione e diffusione del cibo sono spesso lenti, la diffusione in particolare può essere ostacolata dalle strutture di classe, dai principi morali, dalla compatibilità delle diete, dalla percezione di ciò che è accettabile, e naturalmente da costi disponibilità dell’alimento in questione. In breve, molti mantengono atteggiamenti conservativi verso il cibo, preferendo ciò che è familiare a ciò che è esotico. È stato suggerito che il tradizionalismo nelle preferenze alimentari sia un fattore storicamente comune alle popolazioni umane, poiché il commensalismo è un rituale sociale fondamentale che combina il socializzare col mangiare – due dei più efficaci elementi di rinforzo degli schemi comportamentali umani. Si aggiunga che nelle società dell’Europa occidentale il cibo è stato tradizionalmente sottoposto a forti limiti di ordine economico, sociale ed ecologico. Il consumo di cibo è dipeso storicamente da un sistema diversificato di produzione domestica, il quale promuoveva, nella società e nella cultura, schemi alimentari talmente rigidi da sconfinare nella coercizione. D’altro canto, storicamente sia le carestie, sia i raccolti abbondanti fecero sì che le innovazioni alimentari si diffondessero più rapidamente. In seguito alle carestie, la forza della disperazione abbatteva gli ostacoli culturali al consumo del cibo innovativo; i raccolti relativamente più abbondanti del nuovo prodotto ne promuoveva d’altra parte l’aumento del consumo.

Ad ogni modo, l’Italia ha preservato le sue tradizioni culturali meglio di tanti altri paesi che si trovano alle prese con lo stesso processo di modernizzazione. In seguito, esamineremo come questo si manifesti relativamente al linguaggio della pasta, alla varietà delle forme che assume e dei modi in cui viene preparata, e ai fattori ambientali in cui si sono sviluppate le variazioni regionali.

(continua…)

[Questo post e quelli appartenenti alla stessa serie sono la traduzione riadattata dell’articolo di David Alexander “The Geography of Italian Pasta”, The Professional Geographer (2000) 52: 553–566. doi:10.1111/0033-0124.00246. La traduzione è pubblicata con il permesso dell’autore. Si ringrazia Martina Oddo per la collaborazione.]

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close-up of spaghetti garnished with basil

La geografia della pasta italiana: una breve storia geografica della pasta

Meglio ch’a panza schiatta ca ‘a roba resta.

Meglio che la pancia scoppi piuttosto che il cibo resti nel piatto.

– Proverbio napoletano

Narra la leggenda che quando Marco Polo tornò a Venezia dalla Cina nel 1298, egli portò con sé la ricetta per la preparazione, a partire da un impasto a base di farina, degli spaghetti che poi andavano cotti in acqua bollente e serviti con un condimento di salsa dal gusto deciso. Tuttavia non vi sono prove che la pasta si sia diffusa attraverso l’Italia da Venezia (si veda la Figura 1 per un ripassino sulle regioni italiane e sulla posizione geografica delle città menzionate in questo studio). In effetti, può essere che si sia diffusa dalla Sicilia verso il nord. Altre fonti attribuiscono l’origine della pasta a Teodorico di Ravenna, Re degli Ostrogoti (circa 523 d.C.), e altri ancora agli Etruschi. Infatti, alcuni affreschi del quarto secolo avanti Cristo che si trovano nella Tomba dei Rilievi etrusca vicino a Cerveteri mostrano gli strumenti e gli ingredienti di base per la preparazione della pasta. Inoltre, alcuni dipinti raffiguranti dei banchetti mostrano i festeggianti mentre mangiano quello che ha tutto l’aspetto di una specie di lasagna.

Sembra che i Romani non abbiano tramandato questa tradizione, ma è stato notato che le laganae, i precursori delle lasagne, erano molto diffuse nei tempi antichi. Nelle sue Satirae (Libro 1, VI), Orazio descrisse il pasto di un contadino che tipicamente consisteva di una zuppa vegetale rustica (pultes) che conteneva spesse strisce di laganae essiccate. Tuttavia Marco Gavio Apicio, nel De Re Coquinaria, diede istruzioni precise sulla preparazione delle laganae soffici; e qui si trova la distinzione tra pasta fresca (fatta con uova e farina, che divenne il piatto dei ricchi) e pasta secca (fatta senza uova, che era il cibo dell’uomo comune).

wheat-1510917_1280L’ascesa della pasta fu un’evoluzione prevedibile. Nel 70 a.C. la produzione del frumento in Sicilia raggiunse i 250 milioni di chilogrammi e l’importazione di questo cereale a Roma per mare da tutte le regioni di produzione superò i 400 milioni di chilogrammi. Eppure, nonostante a Roma i granai avessero un’ampia capacità di stoccaggio, il frumento era soggetto a infestazioni da parte di funghi, muffe e parassiti. Per questo motivo, nel 62 d.C. Nerone fu costretto a deliberare che tutte le scorte che si trovavano nei granai romani venissero gettate nel fiume Tevere.

Può darsi dunque che la tradizione di mescolare frumento con acqua e di far seccare l’impasto così ottenuto sia nata come un mezzo per prolungare la durata di conservazione del frumento e facilitarne il trasporto: il cereale arrivava a Roma e Napoli già in forma di impasto, cosa che gradualmente incentivò questi centri urbani a dar vita alla propria produzione di pasta.

D’altro canto il geografo arabo Al-Adrisi scrisse che l’arte di fare gli spaghetti, o i più sottili vermicelli, raggiunse la Sicilia con le carovane nordafricane all’incirca nel 1100 d.C.; su quell’isola, essi trovarono dei requisiti essenziali, come frumento di semola di grano duro, acqua dolce e sole e vento abbondanti che potessero far essiccare il prodotto spianato. Si ipotizza in effetti che la parola “maccheroni” derivi dal siciliano maccarruni che significa “impastato con la forza”. Nel 1279 i macharonis furono registrati su un carico diretto dalla Sicilia a Genova. È probabile che i Genovesi, instancabili commercianti, li trasportarono per tutta la penisola e che il loro uso si sia diffuso verso l’entroterra partendo dai porti principali.

Sembra che la pasta non si sia evoluta al di là di vermicelli, gnocchi e lasagne fino al Trecento. Eppure alcuni documenti del quindicesimo secolo, come il De Honesta Voluptate di Padre Bartolomeo Secchi, fornivano ricette per forme di pasta che erano sia lunghe, sia cave. Non vi è dunque dubbio che, nel Medioevo, il consumo della pasta fosse consolidato in Italia, e che le sue forme avessero cominciato a diversificarsi. Giovanni Boccaccio (1313–1375) amava mangiare la pasta con un condimento a base di latte, e descrisse nel Decameron l’immaginario Paese del Bengodi dove “…eravi una montagna di formaggio Parmigiano grattugiato, sopra la quale stavan genti che niuna altra cosa fecevan, che fare maccheroni, e raviuoli, e cuocergli in brodo di capponi, e poi gli gittavan quindi giù, e chi più ne pigliava, più se n’aveva…”.

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Il grande compare della pasta, il pomodoro (derivato dal suo progenitore tropicale Lycopersicon esculentum), fu portato dall’America in Italia dagli Spagnoli e sembra venisse coltivato a Siena attorno al 1560 e nel Napoletano dal 1596, sebbene inizialmente fosse usato perlopiù come pianta ornamentale (con un valore legato essenzialmente ad un forte elemento di curiosità) che come fonte di nutrimento. La pasta non conquistò un’importanza fondamentale nella dieta napoletana fino al diciassettesimo secolo, e il sugo di pomodoro diventò di moda solo circa un secolo dopo. La pratica di condire la pasta col pomodoro iniziò nel porto siculo occidentale di Trapani, il che probabilmente indica che l’idea ebbe origine dal Mediterraneo occidentale. In ogni caso, tale pratica era consolidata al tempo in cui Vincenzo Corrado (1734–1836) scrisse il suo compendio di ricette intitolato Il Cuoco Galante, anche la prima ricetta dei vermicelli alla salsa di pomodoro fu pubblicata solo nel 1839, nella Cucina Casareccia in Dialetto Napoletano, un’opera solidamente provinciale scritta da Ippolito Cavalcanti, Duca di Buonvicino (1787–1860).

Quando liberò Napoli nel 1860, Garibaldi giurò che i maccheroni sarebbero stati la forza che avrebbe tenuto l’Italia unita. Ma invece che questa generica forma di pasta secca, la forza unificante si rivelò essere la più specifica forma degli spaghetti, che probabilmente era la più incline alla produzione di massa. Quando tale forma prese il sopravvento, alla fine del diciannovesimo secolo, Gragnano, vicino a Napoli, fu eletta centro della nascente “rivoluzione della pasta”, nella quale il grano dal Mezzogiorno era trattato in modo da potersi mangiare accompagnato da una salsa prodotta con il più meridionale dei vegetali, il pomodoro di San Marzano a forma di prugna. Le fotografie storiche dei fratelli Alinari, che risalgono all’incirca al 1890, mostrano strisce di maccheroni stese ad essiccare all’aria aperta su lunghi pali di bambù all’esterno di un pastificio a Torre Annunziata, sulla Baia di Napoli.

Come la pizza, che si sviluppò in Asia Minore e nel Medio Oriente allo stesso modo che a Napoli, la pasta può essersi sviluppata indipendentemente in diversi paesi, anche se si stabilì rapidamente quali fossero i suoi centri di diffusione. Entrambi i cibi hanno servito lo scopo, vitale e universale, di mettere a tacere l’appetito. Questo liberò i palati degli uomini ricchi che poterono così concentrarsi sui piaceri di un cibo più delicato. In seguito, quando gli standard della vita si elevarono durante la Rivoluzione Industriale, avrebbe risparmiato ai poveri i morsi della fame, ma fino a quel momento i poveri avevano potuto permettersi solo farina di granturco e di castagno, non farina di frumento, e un sugo o un ripieno di carne era un lusso quasi irraggiungibile. Ma, sebbene questo semplice cibo sia da allora divenuto onnipresente, le sue differenze geografiche sono tali da riflettere la straordinaria varietà della stessa cultura italiana.

Anche se l’Italia fu unificata nella decade del 1860, continua ad essere divisa da forti tradizioni regionali. Come praticamente qualsiasi altra cosa in Italia, i tipi e i formati della pasta hanno origini strettamente regionali. Il paradosso di un Paese antico, che però è anche in una Nazione giovane è stato rafforzato da secoli di campanilismo – l’aderenza ciascuno al proprio villaggio, il cui punto centrale è il campanile della chiesa. Il sospetto nei confronti di tutto ciò che è esotico è condensato nell’antico detto, usato a tutt’oggi, moglie e buoi dei paesi tuoi. Fino a tempi recenti la forma più pervasiva di tale conservativismo era quella relativa a cibo e dialetto (da cui la ricca varietà di nomi locali per specie comuni di pasta). Un cambiamento si è verificato solo con le tecnologie della seconda metà del ventesimo secolo; con la diffusione del linguaggio standardizzato, la televisione ha pressoché eliminato il dialetto, mentre la meccanizzazione della produzione del cibo ha reso universali, quando non svalutato, le prelibatezze locali.

Il resoconto che segue offre un breve compendio della letteratura sulle culture alimentari regionali. Dopodiché, esplora la geografia culinaria regionale, con riferimento soprattutto alla pasta in Italia. Al fine di facilitare l’interpretazione delle variazioni regionali, è stato sviluppato uno schema classificatorio per quei numerosi tipi di pasta che siamo riusciti ad identificare. Questo schema è applicato in modo da evidenziare, in ogni parte della penisola, le variazioni regionali della gastronomia e delle sue radici culturali e storiche. L’ultima parte dello studio valuta l’impatto che i moderni cambiamenti della società e dell’economia hanno avuto sulle tradizioni gastronomiche.

(continua…)

[Questo post e quelli appartenenti alla stessa serie sono la traduzione riadattata dell’articolo di David Alexander “The Geography of Italian Pasta”, The Professional Geographer (2000) 52: 553–566. doi:10.1111/0033-0124.00246. La traduzione è pubblicata con il permesso dell’autore. Si ringrazia Martina Oddo per la collaborazione.]

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Immagine di Nik Frey, CC BY 2.5

Come i pastafariani salveranno il mondo dai cambiamenti climatici

Tutti voi ben sapranno che, con il declino della pirateria, le temperature medie terrestri hanno cominciato a salire, come mostrato dal seguente grafico. E come spesso implicato, per esempio, da alcuni oppositori dei vaccini, una correlazione implica sicuramente una causalità.

Immagine di Mikhail Ryazanov, CC BY-SA 3.0

A dire il vero il nesso causale tra numero di pirati e riscaldamento globale è ancora da chiarire. Tuttavia un gruppo di ricerca dell’Oak Ridge National Laboratory potrebbe aver escogitato un modo in cui i pirati (e i pastafariani in genere) possono contribuire efficacemente alla mitigazione dei cambiamenti climatici, ossia consumando alcolici.

Gli scienziati sono riusciti infatti a usare l’anidride carbonica (il gas principale responsabile del riscaldamento globale causato dall’uomo) e a convertirlo nella più utile delle sostanze chimiche: l’etanolo, altrimenti detto alcol etilico.

Come funziona? Va detto che il processo necessita ancora di qualche ottimizzazione, ma già di per sé è economico, riproducibile su grandi scale, efficace e si può portare a termine anche a temperatura ambiente. Serve solo un catalizzatore, un aggeggio che accelera le reazioni chimiche, fatto di nanoparticelle di rame incorporate in punte di carbone, e una tensione elettrica di appena 1,2 Volt (una normale batteria al litio ne fornisce 3,7). Questo è sufficiente a convertire il 63% di anidride carbonica disciolta in acqua in etanolo.

La scoperta, sorprendente e per certi versi accidentale secondo le parole degli stessi ricercatori, è stata oggetto di un articolo pubblicato sulla rivista Chemistry Select. La parte più singolare è forse la capacità di un catalizzatore relativamente poco costoso di compiere tutta la reazione in una fase sola, mentre gli scienziati si aspettavano di dover mettere a punto più fasi.

Il successo è probabilmente dovuto alla disposizione innovativa delle particelle, che fornisce un numero elevato di siti dove la trasformazione in etanolo avviene in modo molto efficiente. Inoltre, l’uso e la combinazione di questi materiali ha permesso di limitare reazioni indesiderate che avrebbero prodotto materiali di scarto e potenzialmente tossici come il monossido di carbonio.

I ricercatori sono convinti che grazie all’uso di materiali economici la loro tecnica per creare etanolo possa essere adattata in modo da garantire la fornitura a livello commerciale e anche all’interno di sistemi per la generazione di energie alternative. L’eccesso di elettricità proveniente da impianti eolici o solari potrebbe essere usato per fornire etanolo da usare poi come combustibile nei momenti di funzionamento intermittente.

Noi tuttavia non siamo del tutto d’accordo con questa proposta. Insomma, non sarebbe meglio collegare una distilleria a ogni impianto?

Fonte: Song, Y. et al., “High-Selectivity Electrochemical Conversion of CO2 to Ethanol using a Copper Nanoparticle/N-Doped Graphene Electrode”. Chemistry Select (2016), doi:10.1002/slct.201601169

[Immagine in evidenza di Nik Frey, CC BY 2.5]

 

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Lieviti di birra ale: i loro geni, la loro storia

Quanto sono diversi i ceppi di Saccharomices cerevisiae usati per produrre birre a fermentazione alta e vino? Un gruppo di scienziati appartenenti a università ubicate tra Portogallo, Argentina e Germania ha mostrato che il genoma dei lieviti usati per la birra non solo li rende chiaramente distinguibili dagli altri, ma che ha una storia complessa, che reca svariati segni di addomesticamento.

Come molti di voi sapranno, la sacra bevanda è prodotta dalla fermentazione di zuccheri derivati da amidi presenti nei chicchi di alcuni cereali. Le birre lager sono a bassa fermentazione, ossia, dopo la fermentazione i lieviti (alcuni ceppi ibridi di Saccharomyces pastorianus) si depositano sul fondo. Invece le birre ale sono più vicine alle antiche tipologie di birra e fermentano grazie a Saccharomices cerevisiae, un lievito ad alta fermentazione, che dunque forma una schiuma al di sopra del mosto.

In una ricerca pubblicata di recente sulla rivista Current Biology, Margarida Gonçalves e collaboratori hanno mostrato che, al contrario dei lieviti usati per il vino che sono tutti geneticamente molto simili tra loro, i lieviti per birrificazione ad alta fermentazione non solo sono più diversificati dal punto di vista genetico, ma addirittura non si riesce a risalire a un antenato comune (si dice che sono polifiletici). Le analisi del DNA dei lieviti per produzione di birra mostrano che il gruppo più importante include tre sottogruppi, i quali sono rappresentati principalmente dai ceppi di birra tedesca, inglese e Weizenbier (birra di frumento). I lieviti usati per produrre altri tipi di birre ale sono imparentati più strettamente con quelli impiegati nella produzione di vino o sakè, oppure nella panificazione.

Inoltre la birra ha una storia lunga e intrigante, poiché, risalendo a oltre 5000 anni fa, è una delle nostre bevande più antiche, ed è stata diffusa in Europa dalle tribù celtiche all’incirca duemila anni fa. Basandosi sulle prove a disposizione, i ricercatori hanno mostrato che l’emergenza del gruppo principale dei lieviti di birra è avvenuta in un evento ben distinto rispetto a quello, già noto, che ha riguardato l’addomesticamento dei lieviti per vino e sakè.

Una possibile spiegazione alla difformità dei ceppi usati per la birra può farsi risalire alle differenze fondamentali tra la vinificazione e la birrificazione. Quest’ultima dipende fortemente dalle modalità con cui viene via via aggiunto il lievito in fase di fermentazione, e non ha una connotazione marcatamente stagionale come nel caso del vino. Inoltre, la varietà di materie prime e tecniche per la birrificazione può aver portato all’instaurazione di diverse modalità di selezione artificiale (e quindi addomesticamento) dei lieviti. La ricerca di nuove varietà di birra può aver indotto gli artigiani a cooptare i ceppi originariamente usati per pane, vino e sakè adattandoli alla produzione di birra ad alta fermentazione (da notare che non succede il viceversa, cioè non si conoscono ceppi di lieviti originariamente usati per la birra e poi adattati alla vinificazione o alla panificazione).

Questo primo sguardo alla genetica dei lieviti da birrificazione schiude interessanti prospettive per la conoscenza di uno dei microbi senza dubbio più utili all’umanità.

Fonte: Gonçalves et al.: “Distinct Domestication Trajectories in Top-Fermenting Beer Yeasts and Wine Yeasts”, Current Biology (2016), doi:10.1016/j.cub.2016.08.040

Immagine in evidenza di Forrest Tanaka, licenza CC BY-NC-ND 2.0

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Noi, i ragazzi di tutti gli zoo del mondo

Chi tra noi anzianotti non ricorda con una vaga nostalgia i ruggenti anni Ottanta? Beh, ad esempio io no.

paillettesMusicalmente, come in ogni epoca, si alternavano alti e bassi, ma c’era in genere un abuso del sintetizzatore in alcuni casi imperdonabile. Litigavo quotidianamente con mia madre che insisteva nell’uso delle doppie spalline nonostante io avessi spalle già sufficientemente larghe, col risultato di farmi sembrare un giocatore di football americano ma con una divisa luccicante di paillettes. I mangianastri tenevano fede al loro nome mangiandosi letteralmente le cassette e quando si esauriva la batteria i walkman emettevano suoni che avrebbero richiesto un’esorcista.
E io ero minorenne e non potevo bere birra né altro che rendesse tutto quanto più sopportabile. Un incubo, insomma. (altro…)

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IVG – Interruzione Volontaria di Giudizio

Mi riallaccio ad una delle ultime puntate di Radio Spaghetto Volante perché, in quanto Thirst Lady che nella sua ahrrroganza si considera matura e navigata, anche io ho fatto le mie riflessioni sull’interruzione volontaria di gravidanza.

Per fortuna, non ho mai dovuto ricorrervi ed è uno di quei casi in cui, se mi chiedeste cosa avrei fatto se fossi rimasta incinta, non saprei cosa rispondere. Le volte in cui ho temuto di essere in stato interessante non sono riuscita a decidere in anticipo cosa avrei fatto nell’eventualità, nonostante io tenda a pianificare; mi sono limitata a sperare di non essere incinta. E questo perché sono perfettamente cosciente del fatto che l’aborto non è una passeggiata, fisicamente ma (soprattutto) psicologicamente. Anzi, personalmente lo vedrei come una violenza. Ma per l’alternativa, quella di crescere un figlio, davvero non sono ancora pronta.

No, l’aborto non è una soluzione semplice. La donna matura che vi ricorre per un malfunzionamento di qualche metodo contraccettivo (o peggio per una violenza) si è già fatta la sua riflessione, ha già valutato le possibili alternative e non ne ha trovate. Sta già vivendo il suo personale angolo di inferno e non ha bisogno di giudizi o ramanzine; ha bisogno di qualcuno che la aiuti in quello che si candida ad essere il momento più difficile della sua vita.

E se alcune vi ricorrono con superficialità, piuttosto che puntar loro il dito contro è sulla loro educazione sessuale e sulla loro crescita emotiva che dobbiamo farci delle domande, senza nascondere la testa sotto la sabbia. Come ho già detto altrove, la tendenza degli ambienti conservatori è di giudicare e punire la donna che “non si comporta bene”, tramite l’attacco personale e la colpevolizzazione, piuttosto che – se davvero ci tengono – di analizzare realisticamente la situazione ed intervenire efficacemente alla radice, usando sia la razionalità, sia l’empatia per cercare quanto possibile di evitare che si ricorra ad un’interruzione di gravidanza.

Fa specie pensare come, soprattutto in questo paese, coloro che si oppongono all’interruzione volontaria di gravidanza sono mediamente anche coloro che si oppongono ad una migliore e precoce educazione sessuale istituzionale, pretendendo che sia un argomento limitato alle famiglie. La loro soluzione, probabilmente, sarebbe l’astensione pre-matrimoniale; ma non ci vuole una Thirst Lady per farvi capire che si tratta di una follia. Fatevi un giro non dico nemmeno in un liceo, ma in una scuola media: i ragazzi parlano di sesso, chi più chi meno direttamente, fanno battute, manifestano curiosità e, i maschi soprattutto, sono in preda agli ormoni. È un argomento, questo, su cui un approccio di tipo proibizionistico non può funzionare perché non tiene minimamente conto della natura umana che spinge al desiderio sessuale in modo molto forte. Inoltre, spesso alla sessualità è legato un grosso carico emotivo o di pressione di gruppo, che può portare a commettere leggerezze se non c’è nessuno di qualificato con cui parlare.

Delegare l’argomento sessualità alla famiglia è altrettanto irrealistico, poiché non vi è alcuna garanzia che la famiglia sia in grado di affrontare il discorso in modo equilibrato e senza tabù. Quello che succede dunque è che i ragazzi, spinti dalla loro naturale e fisiologica curiosità, si informino tra di loro poiché percepiscono che si tratta di un argomento di cui non si può parlare liberamente; e come spesso succede, il passaparola distorce e mùtila l’informazione corretta.

E una domanda che mi sorge spontanea è: voi che avete tanto a cuore il benessere dei bambini, pensate davvero che sia ragionevole imporre la maternità a una ragazza, magari minorenne, che ricorre all’aborto con leggerezza perché non ha saputo mettere in atto i necessari metodi contraccettivi? Davvero la maternità può essere considerata una punizione? E non è forse più una punizione per il bambino che nascerà e sarà nelle mani di una madre irresponsabile, che non lo vuole e c’è il rischio che non lo ami e che non saprà garantirgli la stabilità affettiva ed emotiva di cui ogni bambino ha bisogno?

Ed ecco che coloro che dicono “ma sì, sono bambine, diamo tempo al tempo” sono poi i primi a cascare dalle nuvole e a puntare il dito quando queste “bambine”, che evidentemente tanto bambine non erano, si ritrovano a dover gestire un problema più grosso di loro. E se decidono di abortire per poter continuare gli studi, per potersi realizzare, perché non possono dare al figlio una vita dignitosa o semplicemente perché una gravidanza è un processo fisiologico complesso con rischi e disagi psicofisici che non sono ancora pronte ad affrontare, allora di punto in bianco le “bambine” diventano “sgualdrine”, “troie” e “puttane”.

Come diceva George Carlin, “Quando cardinali e vescovi avranno sperimentato la loro prima gravidanza, le loro prime doglie, e avranno cresciuto un paio di bambini col salario minimo, allora sarò lieto di ascoltare cosa avranno da dire sull’aborto.”

O anche: “Ragazzi, questi conservatori sono proprio forti, vero? Sono tutti a favore dei non nati, farebbero di tutto per i non nati, ma una volta che sei nato sono cazzi tuoi!

Non vedo organizzazioni religiose o conservatrici che stanziano fondi degni di tale nome a favore della maternità, o che si mobilitano per garantire assistenza sanitaria e logistica gratis, rapida e di qualità alle donne in gravidanza. A monte di tutto ciò, comunque, bisognerebbe lavorare un po’ per rimuovere lo stigma sulle ragazze madri che gli stessi ambienti conservatori hanno contribuito a creare. O quello che invariabilmente va a colpire sia le donne che, pur decidendo di non abortire, si risolvono a dare il bambino in affidamento, sia i bambini che (con un percorso burocratico non proprio rapido e agevole) vengono adottati, i quali spesso sono guardati con commiserazione, come se fossero svantaggiati rispetto agli altri.

Concludo rispondendo a coloro che mi rinfacciano che io sono qui perché i miei genitori non hanno abortito, beh, sappiate che le cose non sono andate proprio così. Per vostra informazione i miei genitori hanno fatto una scelta. Nascere non desiderata? Ma anche no, grazie. La vita è già complessa così.

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Basta un poco di zucchero…

Gentili Donzelle Pastafariane o meno, siete state informate (mi auguro) del fatto che da qualche mese è ormai disponibile nelle farmacie la pillola dei cinque giorni dopo ellaOne, un contraccettivo d’emergenza a base di trenta milligrammi di Ulipristal acetato (se siete riuscite a leggerlo alla prima si vede che avete una lingua molto snodata e ciò è senz’altro interessante, comunque proseguiamo).

Per chiarire le idee a chi non sappia ancora bene come funziona un contraccettivo di emergenza: lo scopo di queste pillole “day after” è quello di ritardare una eventuale ovulazione in modo che gli spermatozoi (che vivono al massimo 48 ore) schiattino prima che arrivi l’ovulo da fecondare. Si noti bene che quindi non sono presìdi abortivi come qualcuno vorrebbe farvi credere (incluso talvolta perfino il Consiglio Superiore della Sanità, che tuttavia cozza con quello dell’Agenzia Italiana per il Farmaco il quale a sua volta si rifà al parere dell’European Medicines Agency e… non so perché, ma quando si tratta di leggi sull’etica della medicina, tendo sempre a fidarmi più dell’Europa che dell’Italia).

Poiché la pratica val meglio della grammatica, ho pensato bene di offrirmi come cavia, accontentando peraltro quella frangia di animalisti estremisti che un giorno mi chiese pacatamente di sperimentare i farmaci su di me. Eccomi! Non ascoltate coloro che vi dicono che un bel giorno, come la più imbranata delle quindicenni, mi sono ritrovata il blister di anticoncezionale in mano notando che ero rimasta una pillola indietro; in realtà è stato un gesto assolutamente calcolato.

Qualche volta gli incidenti capitano.
Gli incidenti càpitano.

A integrazione di questo esperimento scientifico, aggiungerò alcune considerazioni derivanti dalla mia esperienza passata. Infatti, in passato ho fatto uso dei contraccettivi di emergenza in altre due occasioni, e sebbene in quei frangenti si trattasse di eventi senza colpa mia (il metodo barriera era stato sì correttamente adottato eppure non aveva retto all’incontenibile passione), questo per alcuni farà di me una persona sicuramente orribile e irresponsabile. O forse è più irresponsabile rischiare una gravidanza quando tu preferiresti davvero non ricorrere all’aborto ma sai comunque di non poter provvedere al bambino? Boh, mi confondo sempre.

Comunque, parliamo della mia divertentissima esperienza con ellaOne. A dire il vero mi è andata piuttosto bene, ho trovato una farmacista (sicuramente confrittella anche se lei non lo sa) molto comprensiva e disponibile, la quale si è limitata a chiedermi se a mio giudizio valesse veramente la pena ingurgitarsi un petardo ormonale e farselo esplodere dentro, ma alla mia disamina della situazione non ha opposto ulteriori obiezioni.

Non intendo sponsorizzare un uso leggero di questo farmaco. Troverete delle descrizioni in cui vi viene detto che “il farmaco è generalmente ben tollerato dall’organismo”, ed è vero, nella misura in cui si può tollerare un monologo della Miriano: con molta pazienza e con tanta buona volontà, però che fatica.

Gli sbalzi di umore sono frequenti dopo l'assunzione della pillola dei 5 giorni dopo.
Gli sbalzi di umore sono frequenti dopo l’assunzione della pillola dei 5 giorni dopo.

Tenendo presente che le donne sono tutte diverse, potete aspettarvi che nei giorni successivi il vostro corpo perda un pochino la rotta. Tra le sensazioni da me registrate posso elencare sbalzi nella temperatura percepita, nausea, mal di testa, capogiri, stanchezza assurda, e tensione al seno (il che, essendo io una tavola da surf mancata, è stato l’unico lato positivo), e il ciclo successivo è stato più pesante del solito che già non è proprio una meraviglia. Anche il vostro cervello potrebbe perdere un pochino la rotta. La frequenza e l’intensità degli sbalzi di umore possono arrivare a livelli tali da sostituirsi alla corrente alternata con gran risparmio di energia. La cosa bella è che essendo donne, siamo già umorali di nostro, quindi magari non si nota.

Insomma, non rischierete la vita con la pillola dei cinque giorni dopo a meno che a) Non abbiate gravi malattie del fegato (quindi, confrittelle pastafariane, se bevete come delle spugne fatevi due conti) b) I vostri sbalzi di umore non generino in qualcuno attorno a voi degli istinti omicidi. Tutto sommato, meglio non trovarsi a doverla prendere. Senza contare che costa la bellezza di 35 euro, che certo sono pochi rispetto al costo di una maternità, ma andrebbero meglio spesi, che ne so, in due confezioni da 24 di bottiglie di San Miguel, e la cosa un po’ mi ha fatto soffrire.

La novità della legge sul contraccettivo d’emergenza è che per le maggiorenni non esiste più l’obbligo di presentare la prescrizione medica. Le minorenni, ahiloro, devono ancora farsela fare, ma le maggiorenni si ritengono responsabili della propria salute. Per quanto detto sopra riguardo al costo e agli effetti collaterali, qualunque donna sana di mente capisce che abusarne non è una scelta sensata.

In precedenza, poteva capitarvi la fortuna di avere un medico obiettore (alla ASL certe cose non te le dicono, come ebbi modo di scoprire). Non che questo sia una buona scusa: gli studi sull’effetto dei contraccettivi di emergenza hanno dimostrato che una singola assunzione non influenza l’esito di una eventuale gravidanza. Ma la maggior parte dei medici obiettori non fa differenza, molti provano ad affermare il contrario contando sulla scarsa informazione in proposito, e questo a mio avviso non fa che dimostrare come, salvo in rarissimi casi, l’obiezione di coscienza trascenda le sue motivazioni ufficiali per manifestarsi qual è: il subdolo tentativo patriarcale di punire le donne che hanno osato conquistarsi una vita sessuale libera. Hai voluto abbandonare la retta via, la castità e la continenza e ora ti trovi in difficoltà? Ben ti sta.

Anche quando non vi sono gli estremi per l'obiezione di coscienza, la colpevolizzazione di chi ricorre alla contraccezione d'emergenza è piuttosto comune.
Anche quando non vi sono gli estremi per l’obiezione di coscienza, la colpevolizzazione di chi ricorre alla contraccezione d’emergenza è piuttosto comune.

I grattacapi non si limitavano ai medici obiettori: potevano anche capitare i medici semplicemente rompicoglioni, come la simpatica figliola che, dopo oltre 4 tristi ore in sala d’aspetto la prescrizione me la concesse, non prima però di aver tentato di tutto pur di farmi sentire una bimbaminchia qualunque urlandomi letteralmente in faccia davanti a tutto il suo staff perché in quel periodo non prendevo la pillola. Immagino che alla Dott.ssa Empatia non fosse mai capitato di fare valutazioni sbagliate in vita sua, magari guidata da qualcuno di cui si fidava. O sta’ a vedere che, anche nel caso in cui manchi una vera e propria obiezione di coscienza, in qualche modo, proprio nel momento in cui te la stai facendo sotto perché hai timore di rimanere incinta, devono fartela pesare lo stesso? O forse la figliola in questione voleva solo farmi sentire in colpa perché, evidentemente, avevo fatto sesso molto più recentemente di lei.

Per i farmacisti rompiscatole purtroppo non c’è ancora niente da fare, ma per ovviare a eventuali inconvenienti concludo con un piccolo vademecum in otto punti da usare all’occorrenza:

  1. Tutte le farmacie sono tenute ad avere ellaOne a disposizione entro le 24 ore. Farmacista obiettore e testardo? Cambiare farmacista e segnalare l’inadempienza.
  2. Non è richiesto il test di gravidanza (aspettare fino a fine ciclo per sapere se si è rimasta incinta prima di assumere un contraccettivo di emergenza mi pare una discreta minestra di contraddizioni)
  3. Non è vero che probabilmente non funziona (eh sì, hanno provato a dirmi pure questo). Non funziona sempre, ma questo è vero per qualsiasi medicina.
  4. Non è vero che si rischia la vita (vedi sopra). Non si sta benissimo, ma mezz’ora di Radio Maria ha effetti peggiori.
  5. C’è chi sostiene che ellaOne sia parente stretta della pillola abortiva RU-486. Ma sì, in fondo differiscono solamente per principi attivi, tempi di assunzione e meccanismi di azione.
  6. Sei una minorenne, hai bisogno di una prescrizione e hai problemi col medico (obiettore/non reperibile/non disponibile in qualsivoglia modo)? Rivolgiti a un consultorio laico (es. AIED).
  7. Se qualcuno prova a umiliarvi e a farvi passare per (aggettivo dispregiativo sessista a caso), rimanete calme e ribadite che state solo esercitando un vostro diritto, e che il contraccettivo di emergenza è un contraccettivo, non una forma di aborto, almeno secondo quanto sostengono l’Agenzia Italiana del Farmaco, l’European Medicines Agency e tutta una serie di studi.
  8. Casomai non fossi stata abbastanza chiara, la pillola dei cinque giorni dopo non è una passeggiata e comunque non protegge dalle malattie sessualmente trasmesse. Frittelle, il Prodigioso preferirebbe davvero che voi vi divertiste come vi meritate, ma proteggendovi.

Buona fortuna e buon divertimento 😉

 

 

 

 

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disobey

The Family Day After

Gentilissimi Signori che avete partecipato al Family Day, gradiremmo approfittare del fatto che siate sicuramente ancora belli caldi e carichi per chiedervi alcune cose.

  1. La dittatura del pensiero unico. Molti di voi affermano che l’opposizione alle rivendicazioni LGBT è l’unica posizione libera nella dittatura del pensiero unico. Questa asserzione ci lascia perplessi perché gli stessi che la fanno, spesso immediatamente dopo esibiscono sondaggi che mostrano come l’opinione pubblica sia ancora abbastanza divisa sul tema dei matrimoni gay (41% di contrari) e come in realtà la maggioranza sia contro le adozioni omogenitoriali (73% di contrari, fonte la Stampa). Lo stesso numero di partecipanti al Family Day superava il milione! Ah, era una bufala? Beh, comunque eravate in parecchi, no? Pare dunque che in realtà non esista affatto un pensiero unico, anzi è evidente che sul tema delle adozioni il pensiero dominante sia, a ben vedere, il vostro. Assistiamo pertanto a un curioso fenomeno di dissonanza cognitiva in cui da una parte vi volete sentire “speciali” e “liberi pensatori”, dall’altra si cerca la conferma della maggioranza per dare credito al proprio pensiero. Come risolvete questa contraddizione? (altro…)
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La logica di Stop Vivisection

Piratto
Il piratto, animale usato per testare l’alcol nelle istituzioni scientifiche pastafariane (foto originale di Steven Brewer disponibile su https://www.flickr.com/photos/limako/4858633856/)

A quanto pare, l’Unione Europea ha deciso nei giorni scorsi di bocciare l’iniziativa di matrice (ahimè) italiana “Stop Vivisection”. Per chi ha seguito la vicenda abbastanza da vicino, l’esito era abbastanza prevedibile.

Per chi invece ne sentisse parlare per la prima volta nonostante l’enorme battage pubblicitario, sostanzialmente, “Stop Vivisection” era una raccolta firme in cui si chiedeva, in prima battuta, l’abolizione della sperimentazione sugli animali.

Non intendo affrontare un discorso etico, né scientifico, meritevoli certo di attenzione ma non adatti a questa sede, cioè il bancone di un pub a fine serata. La mia è un’analisi puramente logica, dato che a mio avviso è possibile che chi si oppone strenuamente alla sperimentazione animale talvolta non abbia una visione della realtà completamente oggettiva e/o informata; e spesso ci si trova a perder tempo e risorse per… beh, direi niente.

Si prenda il nome dell’iniziativa. “Vivisezione” è un termine che di certo evoca immagini cruente e quindi un pelino fa leva sull’emotività. Peccato che la vivisezione, ossia la dissezione di animali vivi e coscienti, non sia più praticata in Europa da una settantina d’anni. Chiaramente “Stop Animal Testing”, per quanto più onesto, aveva un problema: non era abbastanza drammatico. Ci cascano anche parecchi giornali autorevoli, ad esempio la Repubblica su cui ad esempio è comparso quest’articolo scritto, probabilmente, sotto l’effetto di sostanze non testate sugli animali. (altro…)

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