Pastafariani a Non Una di Meno

pirati-ahrroma-donne2Se il Prodigioso Spaghetto Volante si riavesse dalla divina sbornia, si stupirebbe moltissimo del fatto che le donne non siano ancora libere.

Si stupirebbe di constatare che, nella realtà concreta, esse non hanno pari diritti nel mondo del lavoro, che il lavoro tramuta la maternità in un ostacolo o in un problema, che siano oggetto di attenzioni sessuali non gradite, che siano violentate o discriminate, che siano moralmente condannate se non desiderano avere figli o se vivono con disinibizione la propria sessualità.

Ecco, il Prodigioso Spaghetto Volante si scandalizzerebbe.

In effetti, anche noi pastafarian* siamo perpless* di fronte ad alcune incoerenze.

Se la maternità è un dono, allora perché viverla come una malattia o perché, in quanto lavoratrici, esserne penalizzate? Se la sessualità è piacere, ma anche responsabilità, allora perché non introdurre nelle scuole un’educazione alla sessualità, al rispetto del proprio e dell’altrui corpo? Se la donna è davvero una persona e non un contenitore di progetti e volontà altrui, perché non può stabilire se e quando avere figli? Se l’aborto è un’esperienza dolorosa, difficile, perché non favorire alternative come la contraccezione farmacologica? Perché non agevolare l’accesso alla pillola RU486?

Se il Prodigioso Spaghetto Volante si fosse riavuto dalla sua divina sbronza proprio sabato 26 novembre, di certo si sarebbe compiaciuto di vedere la sua Chiesa partecipare al corteo “Non Una di meno”.

Avrebbe visto una manifestazione potente, avrebbe fatto Egli stesso carico di energia nell’apprezzare lo scambio di buone pratiche. Avrebbe visto tanti e tante, uomini e donne di ogni età, provenienza e appartenenza, fianco a fianco per costruire un mondo nuovo, determinato da un altro genere di relazione tra uomini e donne. Sarebbe stato contento di vedere i suoi pirati consci che non basta piangere eventi passati: sono necessari appuntamenti a larga scala, capillari, per spingere la società a bendare l’occhio stolto e aprire la mente alla ricerca di soluzioni. La violenza sulle donne, che ha origini strutturali specifiche, esige soluzioni pertinenti e un dibattito focalizzato.

Alla Chiesa Pastafariana Italiana appare evidente e naturalissima la differenza tra persone; proprio sulla base di tale differenza non esistono differenze tra pirat*. Auspicando allora che pari opportunità ci siano tra i cittadini tutti, la CPI ha aderito alla manifestazione assumendosi un compito importante: dare il buon esempio a quelle organizzazioni religiose che utilizzano la propria influenza per conservare dettami, presentati come condizioni per una società morale, ma che alla prova dei fatti producono disparità e conflitti. Lo conferma – e lo vediamo persino con un occhio solo – il numero spaventoso di donne vilipese e violentate in quanto donne, discriminate in quanto donne.

La Chiesa Pastafariana Italiana non vuole donne “assolte”, vuole donne risolte, ovvero libere. Ha fede nella loro capacità di decidere e organizzarsi in merito a se stesse, per tale ragione non ha aderito al corteo per mera solidarietà, ha voluto dare unzione sacra e pennedizione alla azioni civili e politiche che da queste giornate si stanno dipanando, sviluppando non un memoriale, bensì un articolato programma.

Anche noi useremo la nostra influenza: condiremo, amalgameremo, scaldaremo il prodigioso lavoro delle associazioni, dei collettivi, dei movimenti che si stanno adoperando affinché non capitino più situazioni paradossali come quella dell’affermazione di una legge e della sua contemporanea impraticabilità, a causa dell’obiezione incosciente a tasso di strumentalizzazione del 90% [ogni riferimento alle legge 194/78 è voluta].

Riteniamo sia il momento di raccogliersi per far sì che il Piano straordinario contro la violenza sessuale e di genere, proposto come modo di istituzionalizzare i centri anti-violenza, non si traduca in un tentativo di estromettere le competenze e la storia di chi quei centri ha visto sorgere e li ha gestiti facendoli funzionare. Chiediamo che abbia peso politico l’esperienza femminista, che questa sia impiegata come opportunità di liberazione anche del genere maschile, altrettanto bisognoso di sottrarsi a stereotipi che lo privano di umanità, avvalorandolo e legittimandolo solo nelle posizioni di comando, che spesso si traducono in posizioni di abuso.

Il PSV contempla nel Vulcano di birra uno spettacolo eterno. Spogliarellist* si avvicendano in una danza eterna. Hanno tutt* scelto di farlo, ciascun* smette quando vuole, ama il proprio corpo, adora scivolare nella musica. Nessun* sfrutta, nessun* usa, nessun* deride. La gioia di un* è presupposto della gioia dell’altr*.

Il nostro paradiso, privo di servitù e di gerarchie, ispiri i progetti umani da edificare in terra.

Come nel Vulcano di birra così in terra. Ramen.

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close-up of spaghetti garnished with basil

La geografia della pasta italiana: una breve storia geografica della pasta

Meglio ch’a panza schiatta ca ‘a roba resta.

Meglio che la pancia scoppi piuttosto che il cibo resti nel piatto.

– Proverbio napoletano

Narra la leggenda che quando Marco Polo tornò a Venezia dalla Cina nel 1298, egli portò con sé la ricetta per la preparazione, a partire da un impasto a base di farina, degli spaghetti che poi andavano cotti in acqua bollente e serviti con un condimento di salsa dal gusto deciso. Tuttavia non vi sono prove che la pasta si sia diffusa attraverso l’Italia da Venezia (si veda la Figura 1 per un ripassino sulle regioni italiane e sulla posizione geografica delle città menzionate in questo studio). In effetti, può essere che si sia diffusa dalla Sicilia verso il nord. Altre fonti attribuiscono l’origine della pasta a Teodorico di Ravenna, Re degli Ostrogoti (circa 523 d.C.), e altri ancora agli Etruschi. Infatti, alcuni affreschi del quarto secolo avanti Cristo che si trovano nella Tomba dei Rilievi etrusca vicino a Cerveteri mostrano gli strumenti e gli ingredienti di base per la preparazione della pasta. Inoltre, alcuni dipinti raffiguranti dei banchetti mostrano i festeggianti mentre mangiano quello che ha tutto l’aspetto di una specie di lasagna.

Sembra che i Romani non abbiano tramandato questa tradizione, ma è stato notato che le laganae, i precursori delle lasagne, erano molto diffuse nei tempi antichi. Nelle sue Satirae (Libro 1, VI), Orazio descrisse il pasto di un contadino che tipicamente consisteva di una zuppa vegetale rustica (pultes) che conteneva spesse strisce di laganae essiccate. Tuttavia Marco Gavio Apicio, nel De Re Coquinaria, diede istruzioni precise sulla preparazione delle laganae soffici; e qui si trova la distinzione tra pasta fresca (fatta con uova e farina, che divenne il piatto dei ricchi) e pasta secca (fatta senza uova, che era il cibo dell’uomo comune).

wheat-1510917_1280L’ascesa della pasta fu un’evoluzione prevedibile. Nel 70 a.C. la produzione del frumento in Sicilia raggiunse i 250 milioni di chilogrammi e l’importazione di questo cereale a Roma per mare da tutte le regioni di produzione superò i 400 milioni di chilogrammi. Eppure, nonostante a Roma i granai avessero un’ampia capacità di stoccaggio, il frumento era soggetto a infestazioni da parte di funghi, muffe e parassiti. Per questo motivo, nel 62 d.C. Nerone fu costretto a deliberare che tutte le scorte che si trovavano nei granai romani venissero gettate nel fiume Tevere.

Può darsi dunque che la tradizione di mescolare frumento con acqua e di far seccare l’impasto così ottenuto sia nata come un mezzo per prolungare la durata di conservazione del frumento e facilitarne il trasporto: il cereale arrivava a Roma e Napoli già in forma di impasto, cosa che gradualmente incentivò questi centri urbani a dar vita alla propria produzione di pasta.

D’altro canto il geografo arabo Al-Adrisi scrisse che l’arte di fare gli spaghetti, o i più sottili vermicelli, raggiunse la Sicilia con le carovane nordafricane all’incirca nel 1100 d.C.; su quell’isola, essi trovarono dei requisiti essenziali, come frumento di semola di grano duro, acqua dolce e sole e vento abbondanti che potessero far essiccare il prodotto spianato. Si ipotizza in effetti che la parola “maccheroni” derivi dal siciliano maccarruni che significa “impastato con la forza”. Nel 1279 i macharonis furono registrati su un carico diretto dalla Sicilia a Genova. È probabile che i Genovesi, instancabili commercianti, li trasportarono per tutta la penisola e che il loro uso si sia diffuso verso l’entroterra partendo dai porti principali.

Sembra che la pasta non si sia evoluta al di là di vermicelli, gnocchi e lasagne fino al Trecento. Eppure alcuni documenti del quindicesimo secolo, come il De Honesta Voluptate di Padre Bartolomeo Secchi, fornivano ricette per forme di pasta che erano sia lunghe, sia cave. Non vi è dunque dubbio che, nel Medioevo, il consumo della pasta fosse consolidato in Italia, e che le sue forme avessero cominciato a diversificarsi. Giovanni Boccaccio (1313–1375) amava mangiare la pasta con un condimento a base di latte, e descrisse nel Decameron l’immaginario Paese del Bengodi dove “…eravi una montagna di formaggio Parmigiano grattugiato, sopra la quale stavan genti che niuna altra cosa fecevan, che fare maccheroni, e raviuoli, e cuocergli in brodo di capponi, e poi gli gittavan quindi giù, e chi più ne pigliava, più se n’aveva…”.

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Il grande compare della pasta, il pomodoro (derivato dal suo progenitore tropicale Lycopersicon esculentum), fu portato dall’America in Italia dagli Spagnoli e sembra venisse coltivato a Siena attorno al 1560 e nel Napoletano dal 1596, sebbene inizialmente fosse usato perlopiù come pianta ornamentale (con un valore legato essenzialmente ad un forte elemento di curiosità) che come fonte di nutrimento. La pasta non conquistò un’importanza fondamentale nella dieta napoletana fino al diciassettesimo secolo, e il sugo di pomodoro diventò di moda solo circa un secolo dopo. La pratica di condire la pasta col pomodoro iniziò nel porto siculo occidentale di Trapani, il che probabilmente indica che l’idea ebbe origine dal Mediterraneo occidentale. In ogni caso, tale pratica era consolidata al tempo in cui Vincenzo Corrado (1734–1836) scrisse il suo compendio di ricette intitolato Il Cuoco Galante, anche la prima ricetta dei vermicelli alla salsa di pomodoro fu pubblicata solo nel 1839, nella Cucina Casareccia in Dialetto Napoletano, un’opera solidamente provinciale scritta da Ippolito Cavalcanti, Duca di Buonvicino (1787–1860).

Quando liberò Napoli nel 1860, Garibaldi giurò che i maccheroni sarebbero stati la forza che avrebbe tenuto l’Italia unita. Ma invece che questa generica forma di pasta secca, la forza unificante si rivelò essere la più specifica forma degli spaghetti, che probabilmente era la più incline alla produzione di massa. Quando tale forma prese il sopravvento, alla fine del diciannovesimo secolo, Gragnano, vicino a Napoli, fu eletta centro della nascente “rivoluzione della pasta”, nella quale il grano dal Mezzogiorno era trattato in modo da potersi mangiare accompagnato da una salsa prodotta con il più meridionale dei vegetali, il pomodoro di San Marzano a forma di prugna. Le fotografie storiche dei fratelli Alinari, che risalgono all’incirca al 1890, mostrano strisce di maccheroni stese ad essiccare all’aria aperta su lunghi pali di bambù all’esterno di un pastificio a Torre Annunziata, sulla Baia di Napoli.

Come la pizza, che si sviluppò in Asia Minore e nel Medio Oriente allo stesso modo che a Napoli, la pasta può essersi sviluppata indipendentemente in diversi paesi, anche se si stabilì rapidamente quali fossero i suoi centri di diffusione. Entrambi i cibi hanno servito lo scopo, vitale e universale, di mettere a tacere l’appetito. Questo liberò i palati degli uomini ricchi che poterono così concentrarsi sui piaceri di un cibo più delicato. In seguito, quando gli standard della vita si elevarono durante la Rivoluzione Industriale, avrebbe risparmiato ai poveri i morsi della fame, ma fino a quel momento i poveri avevano potuto permettersi solo farina di granturco e di castagno, non farina di frumento, e un sugo o un ripieno di carne era un lusso quasi irraggiungibile. Ma, sebbene questo semplice cibo sia da allora divenuto onnipresente, le sue differenze geografiche sono tali da riflettere la straordinaria varietà della stessa cultura italiana.

Anche se l’Italia fu unificata nella decade del 1860, continua ad essere divisa da forti tradizioni regionali. Come praticamente qualsiasi altra cosa in Italia, i tipi e i formati della pasta hanno origini strettamente regionali. Il paradosso di un Paese antico, che però è anche in una Nazione giovane è stato rafforzato da secoli di campanilismo – l’aderenza ciascuno al proprio villaggio, il cui punto centrale è il campanile della chiesa. Il sospetto nei confronti di tutto ciò che è esotico è condensato nell’antico detto, usato a tutt’oggi, moglie e buoi dei paesi tuoi. Fino a tempi recenti la forma più pervasiva di tale conservativismo era quella relativa a cibo e dialetto (da cui la ricca varietà di nomi locali per specie comuni di pasta). Un cambiamento si è verificato solo con le tecnologie della seconda metà del ventesimo secolo; con la diffusione del linguaggio standardizzato, la televisione ha pressoché eliminato il dialetto, mentre la meccanizzazione della produzione del cibo ha reso universali, quando non svalutato, le prelibatezze locali.

Il resoconto che segue offre un breve compendio della letteratura sulle culture alimentari regionali. Dopodiché, esplora la geografia culinaria regionale, con riferimento soprattutto alla pasta in Italia. Al fine di facilitare l’interpretazione delle variazioni regionali, è stato sviluppato uno schema classificatorio per quei numerosi tipi di pasta che siamo riusciti ad identificare. Questo schema è applicato in modo da evidenziare, in ogni parte della penisola, le variazioni regionali della gastronomia e delle sue radici culturali e storiche. L’ultima parte dello studio valuta l’impatto che i moderni cambiamenti della società e dell’economia hanno avuto sulle tradizioni gastronomiche.

(continua…)

[Questo post e quelli appartenenti alla stessa serie sono la traduzione riadattata dell’articolo di David Alexander “The Geography of Italian Pasta”, The Professional Geographer (2000) 52: 553–566. doi:10.1111/0033-0124.00246. La traduzione è pubblicata con il permesso dell’autore. Si ringrazia Martina Oddo per la collaborazione.]

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Donne libere: donne che non sono sole

LETTERA

Ciao. Scusa se non scriverò bene, non sono molto abituata, anzi questa è in assoluto la prima lettera che scrivo.

Ho conosciuto voi pastafariani per caso, mi siete sembrati simpatici, ma non sono abbastanza esuberante per vivere come voi. Però ho iniziato a seguirvi su fb. Ho letto le cose che scrivi. Leggo sempre i post che sono pubblicati da te. Ho visto che sei una mamma e mi sono domandata spesso com’è avere una mamma come te.

Da qualche tempo ho notato che ti pronunci spesso sulla libertà sessuale delle donne e anche sulla violenza.

Perdonami se ti sembro morbosa… è che appari così buona e allegra, allegra anche se sei saggia. Mi chiedo anche come mai sei così attenta alla problematiche femminili, immagino che tu non abbia avuto questi problemi, per essere come sei, fortunata e senza pensieri.

Ho letto che domani siete a Roma, per una manifestazione a favore delle donne.

Io non faccio mai cose del genere, ma le ammiro tanto.

Hai scritto che porterai con te la storia di molte donne violate e ferite.

Allora… porta anche la mia.

È capitato che tra i 12 e i 13 anni mio cugino abbia approfittato di me diverse volte. Lui aveva 25 anni. Non sono mai riuscita a raccontarlo a nessuno. C’era il problema dei soldi all’epoca. Mio padre aveva perso il lavoro e mamma si era fatta prestare da mio zio i soldi per estinguere anticipatamente un debito. Sembrava che la mia famiglia poteva cadere in rovina. Dovevamo ringraziare mio zio. E che poteva succedere se io accusavo suo figlio? Oltretutto mio cugino era sempre quello che insegnava a tutti come campare. (altro…)

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Il fegato del pirata

LETTERA

Ogni tanto mi intrufolo nei vostri eventi e vi guardo in disparte, sorridendo.

Voi pastafariani siete buffi.

Parlate di imprese e arrembaggi, vi travestite con qualche rattoppo da pirati: ed ecco pronti gli eroi.

Non intendo criticarvi, anzi, ti sto scrivendo con una certa benevolenza. Direi di aver posato su di voi uno sguardo alquanto indulgente, da genitore che osserva dei bambini giocare alla guerra, alle avventure, sapendo che presto si ficcheranno a nanna sotto coperte che nessuna bomba verrà a squarciare.

Non elencarmi le splendide, edificanti attività in cui vi impegnate, lo sforzo divulgativo, contro-informativo… ti ho ascoltato, sei esaustiva e convincente. So tutto di Idomeni, di Como, della battaglia anti-gender, dell’attivismo satirico. Le mie domande sono più nette. C’è ancora posto per azioni di coraggio in un’esistenza a temperatura media come la nostra? E il vostro è autentico coraggio? O è solo una finzione molto ben interpretata, diciamo… con sincera immedesimazione? Le ingiustizie contro cui vi agitate sono davvero una minaccia? O sono mostri a cui va a caccia il bambino per interrompere la noia del pomeriggio?

G. A.

RISPOSTA

Coraggio. Azione di cuore. Avere cuore. Avere forza.

L’eroe classico era un comune cittadino che partiva alla guerra, dotato di straordinarie virtù umane, grazie alle quali egli era in grado di sacrificarsi per il bene di tutti. La gloria eroica, dunque, è conquistata dall’uomo che supera la dimensione personale per quella comunitaria. È l’“io”, “per voi”.

Mi chiedo se la guerra, la miseria, la dittatura, ovvero condizioni estreme di vita, siano le sole a poter attivare il coraggio.

Mi chiedo se la guerra, la miseria, la dittatura, spuntino come funghi, all’improvviso, dopo un’occasionale piovuta; se non siano invece lungamente preparati dalla mentalità, dalla cultura che si forma nelle scuole, nelle case, nelle chiese, nelle strade. Nelle nostre camerette. E camerate.

Mi chiedo se gli incubi sconvolgono le menti solo dopo grandi abbuffate o biblici digiuni, o non striscino nella psiche anche durante il sopore apparentemente innocuo della noia pomeridiana. (altro…)

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Tortellini Hero. Eroi per molti, ma non per tutti

Lo confesso, a volte è difficile rimanere impassibili di fronte a certe cose. Allora mi ripeto che devo essere tollerante, accettare anche gusti diversi dal mio e mi dico: se li trovo sullo scaffale ci sará qualcuno che li compra e addirittura se li mangia…
Il dubbio però rimane perchè non conosco nessuno che farebbe una cosa del genere e faccio addirittura fatica a immaginarlo. Che razza di vita può avere? Di secondo cosa si prepara? Bambini fritti in olio di palma?
Il produttore di quIMG_20161016_195304esta delizia in scatola è la Hero, ditta svizzera ben conosciuta anche in Italia per le marmellate. Fondata nel 1886 da Gustav Henckell, impiegato in una ditta di cibi conservati, e Gustav Zeiler un agricoltore. Inizialmente prese il nome di “Henckell & Zeiler, Conservenfabrik Lenzburg”. Tre anni più tardi, in seguito alla scomparsa di Zeiler, subentrò come socio Carl Roth e nel 1910 l’azienda prese il nome che conosciamo dalle iniziali dei due: HEnckell-ROth.
Nonostante ancora oggi la produzione di conserve vegetali rimanga l’attività principale, fin dal secondo dopoguerra la Hero comincia la produzione di altri prodotti, tra cui, nel 1948, i ravioli in lattina.
In un supermercato spagnolo mi sono imbattuto in questa magnifica confezione di tortellini in cui è specificato che sono all’uovo e con carne.
Come si può notare già sull’immagine in etichetta, il tortellino è condito con il sugo di pomodoro e qualche fogliolina di prezzemolo.
Evidentemente il consumatore spagnolo non ha molta dimestichezza con lotta intestina che divide gli italiani tra i puristi del tortellino in brodo e la fazione ribelle per i quali è ammesso condirlo anche con panna e parmigiano. Questa diatriba continua da almeno mezzo secolo, da quando la Cesarina, dell’omonimo ristorante bolognese, inventò questa variante e si rinnova senza tregua sulle tavole bolognesi, almeno ogni Natale.
Sicuramente solo fuori dai confini italiani, è concepibile affogare il re delle paste ripiene nella salsa di pomodoro, anche se, purtroppo, questo non è nemmeno il difetto peggiore di questo piatto.
Il purista lo sa che aprendo questa lattina si compie una sorta di sacrilegio e, dal primo momento in cui si infila il dito nell’anello apriscatola si percepisce cosa doveva provare Frodo alla vista dell’occhio infuocato di Sauron. Dopo un primo momento di puro terrore, ci si fa forza e il contenuto viene svelato.
I tortellini pallIMG_20161016_194103idi ed esanimi galleggiano incolpevoli nella salsa rossa di vergogna. A questa vista sembra che i pastafariani più sensibili possano percepire un tremito nella forza.
Una volta scaldati, rigorosamente nel microonde, si procede all’esame autoptico: la pasta del tortellino, tagliata in forma quadrata è stato ripiegata non a triangolo, come vuole la tradizione, ma a rettangolo (si capisce dalla mancanza della “punta” che dovrebbe uscire al centro) e presenta la tipica chiusura con sovrapposizione industriale dei lembi. L’aspetto, con la sacca centrale ben rigonfia, rimane l’aspetto più apprezz Al taglio la pasta spessa racchiude un ripieno dal colore grigiastro, dalla consistenza di una mousse.
L’assaggio rivela la predominanza della salsa di pomodoro, particolarmente acidula e senza alcun aroma. Ciò non aiuta ad apprIMG_20161016_194356ezzare il tortellino molle e completamente insapore. Il ripieno è un composto viscido che si può decifrare solo tramite l’etichetta: pangrattato, carne di maiale (6,5%), olio di palma, prosciutto (1%), sale, formaggio, aromi.
Pertanto, considerato che sull’etichetta gli ingredienti sono disposti per quantità decrescente, se ne deduce che il pangrattato rappresenta almeno il 90% del ripieno.
Forse, anzi sicuramente, si possono trovare cibi in scatola più scadenti di questo, ma a mio parere qui si sta lottando per il podio.
L’unica utilità che possono avere è quella di spacciarli come propria creazione casalinga per allontanare qualsiasi scomodo pretendente alle nozze.

 

 

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Immagine di Nik Frey, CC BY 2.5

Come i pastafariani salveranno il mondo dai cambiamenti climatici

Tutti voi ben sapranno che, con il declino della pirateria, le temperature medie terrestri hanno cominciato a salire, come mostrato dal seguente grafico. E come spesso implicato, per esempio, da alcuni oppositori dei vaccini, una correlazione implica sicuramente una causalità.

Immagine di Mikhail Ryazanov, CC BY-SA 3.0

A dire il vero il nesso causale tra numero di pirati e riscaldamento globale è ancora da chiarire. Tuttavia un gruppo di ricerca dell’Oak Ridge National Laboratory potrebbe aver escogitato un modo in cui i pirati (e i pastafariani in genere) possono contribuire efficacemente alla mitigazione dei cambiamenti climatici, ossia consumando alcolici.

Gli scienziati sono riusciti infatti a usare l’anidride carbonica (il gas principale responsabile del riscaldamento globale causato dall’uomo) e a convertirlo nella più utile delle sostanze chimiche: l’etanolo, altrimenti detto alcol etilico.

Come funziona? Va detto che il processo necessita ancora di qualche ottimizzazione, ma già di per sé è economico, riproducibile su grandi scale, efficace e si può portare a termine anche a temperatura ambiente. Serve solo un catalizzatore, un aggeggio che accelera le reazioni chimiche, fatto di nanoparticelle di rame incorporate in punte di carbone, e una tensione elettrica di appena 1,2 Volt (una normale batteria al litio ne fornisce 3,7). Questo è sufficiente a convertire il 63% di anidride carbonica disciolta in acqua in etanolo.

La scoperta, sorprendente e per certi versi accidentale secondo le parole degli stessi ricercatori, è stata oggetto di un articolo pubblicato sulla rivista Chemistry Select. La parte più singolare è forse la capacità di un catalizzatore relativamente poco costoso di compiere tutta la reazione in una fase sola, mentre gli scienziati si aspettavano di dover mettere a punto più fasi.

Il successo è probabilmente dovuto alla disposizione innovativa delle particelle, che fornisce un numero elevato di siti dove la trasformazione in etanolo avviene in modo molto efficiente. Inoltre, l’uso e la combinazione di questi materiali ha permesso di limitare reazioni indesiderate che avrebbero prodotto materiali di scarto e potenzialmente tossici come il monossido di carbonio.

I ricercatori sono convinti che grazie all’uso di materiali economici la loro tecnica per creare etanolo possa essere adattata in modo da garantire la fornitura a livello commerciale e anche all’interno di sistemi per la generazione di energie alternative. L’eccesso di elettricità proveniente da impianti eolici o solari potrebbe essere usato per fornire etanolo da usare poi come combustibile nei momenti di funzionamento intermittente.

Noi tuttavia non siamo del tutto d’accordo con questa proposta. Insomma, non sarebbe meglio collegare una distilleria a ogni impianto?

Fonte: Song, Y. et al., “High-Selectivity Electrochemical Conversion of CO2 to Ethanol using a Copper Nanoparticle/N-Doped Graphene Electrode”. Chemistry Select (2016), doi:10.1002/slct.201601169

[Immagine in evidenza di Nik Frey, CC BY 2.5]

 

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Lasagne o non lasagne? Un cuoco italiano a Cleveland

Benvenuti in questa nuova puntata di “Sacrifici per la scienza pastafariana”.
Oggi presentiamo la lasagna in scatola della “Chef Boyardee” marca storica ed estremamente nota negli USA, fondata nel 1928 dall’immigrato italiano Ettore Boiardi, già proprietario del ristorante Giardino d’Italia di Cleveland. Il ristoratore italo-americano, in seguito alla richiesta di alcuni clienti di preparare e vendere i suoi sughi da asporto, iniziò a produrre le prime confezioni, firmandole con una traslitterazione del proprio nome, in modo che risultasse più o meno corretto alla pronuncia.
Tra le altre cose, parte del successo della Chef Boyardee è dovuta al fatto che rifornì di cibo in scatola le truppe americane durante la seconda guerra mondiale, facendosi conoscere in maniera capillare in tutto il paese.
Leggendo ” Lasagna” sull’etichetta vi sarete certamente chiesti come fa ad entrarci una lasagna in una lattina.
Con il termine lasagna si intende di solito un piatto di rettangoli di sfoglia alternati a condimenti vari (canonicamente ragú, besciamella e parmigiano) successivamente passato in forno. In realtà quella è solo la forma più comune. Accordandosi anche con il significato di lasagna nel medioevo, ovvero quadrati di pasta spianata larghi quattro dita, lessati e inframezzati da formaggio (e spezie), in alcune regioni con quel termine, a volte contratto in “sagna”, si intende ancora un formato di pasta piatto e largo che può essere condito in vari modi.
Purtroppo ciò che contiene questa scatola è solo un lontano ricordo di tutto ciò.
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Questa volta sono debitore a Silvia che mi ha portato questa specialità californiana che viene smerciata nei supermercati a due dollari e 19 centesimi. L’estrema convenienza è sicuramente il lato più positivo di questa scatoletta, ma ahimè anche indice della povertà degli ingredienti.
Al piatto si presenta un formato di pasta a noi sconosciuto, una sorta di maltagliato arricciato e corto, affogato in una salsa di pomodoro piuttosto liquida. Insomma, già alla prima occhiata non promette nulla di buono.
La pasta è particolarmente spessa con una consistenza fondente e scotta (nonostante venga dichiarata di semola sulla confezione) tanto che si rompe solo facendo pressione con la lingua sul palato. Il sapore di gran lunga prevalente è quello di una salsa di pomodoro poco aromatica, acidula e dolciastra. I minuscoli pezzetti di carne che vi galleggiano sono insapori e non aggiungono nulla al piatto.
Insomma, tra le varie specialità di questo tipo che ho assaggiato negli anni, forse è tra le più deludenti in assoluto. Se volete farvi del male, leggetevi anche la lista degli ingredienti.
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Spaghetti alla bolognese. Il piatto inesistente più famoso del mondo

Caso più unico che raro, la cucina bolognese é conosciuta nel mondo per una ricetta che non esiste. Come i piú sapranno, il ragú alla bolognese non va mai usato per condire gli spaghetti, ma semmai le tagliatelle, pasta al l’uovo che la tradizione vuole tirata rigorosamente al mattarello.
All’estero la sottile distinzione tra gli spaghetti di grano duro e le tagliatelle al l’uovo é passata in secondo piano e, vista la predominanza commerciale degli spaghetti introdotti nella cucina del nuovo mondo dagli immigrati del nostro meridione, le tagliatelle sono state immediatamente sostituite con questo formato di pasta piú facile da reperire.
Da qualche tempo anche in alcuni menù turistici della città petroniana sono apparsi i famigerati spaghetti, segno dell’appiattimento globale di ritorno, ma fortunatamente sono ancora una piccola minoranza.
Oggi presentiamo la recensione degli “Spaghetti Bolognese” Branston e, la prima cosa da notare é la mancata storpiatura del vocabolo “bolognese” che spesso all’estero si trova scritto nei modi più disparati.
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La lattina é prodotta dalla Branston, famosa ditta inglese fondata nel 1920 nello Staffordshire, conosciuta soprattutto per i sottaceti e, ultimamente, per i fagioli stufati.
Il contenuto si presenta come un miscuglio piuttosto denso formato da corti spaghetti e un sugo di pomodoro con pezzetti di carne. L’odore è di salsa di pomodoro concentrata e, forse, cipolla. La dimensione e la consistenza degli spaghetti è la nota più tragica: non superano i tre centimetri di lunghezza e si spappolano al contatto con la lingua (i denti sono un optional). Nonostante sull’etichetta sia chiaramente indicato l’uso di semola di grano duro, la consistenza ricorda quella del grano tenero, tipica, ad esempio, degli udon giapponesi.
Il sapore è fortemente dolciastro, con una dominante data da un pomodoro a un passo del baratro del ketchup, mentre i pezzettini di carne piuttosto scialbi galleggiano in mezzo al sugo denso e glutinoso.
Penso che ogni volta che viene aperta una di queste lattine nel mondo, una nonna bolognese pianga. Il giudizio quindi non può che essere negativo, ma nonostante tutto non mi sento di bocciarli completamente, in fondo sono commestibili.
Grazie a Benedetto e Arianna che si sono prodigati per portarmi questo manicaretto per la mia collezione.
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Rifiutato il riconoscimento ufficiale in Lettonia alla religione più gustosa del mondo

19 ottobre 2016

Il quotidiano Latvijas Avize riferisce che lo scorso mercoledì la Congregazione dei Pastafariani di Riga ha presentato una querela presso il Tribunale amministrativo regionale dopo che il Registro delle Imprese della Lettonia e il Ministero della Giustizia hanno rifiutato di includere i seguaci della religione, forse parodistica, nel registro ufficiale delle organizzazioni religiose.
Il rifiuto era basato sulle risultanze del Ministero della Giustizia, dell’Ombusdman e della Polizia di Sicurezza, che si sono mostrati indifferenti verso un gruppo che adora una divinità a base di grano duro che dove essere bollita, scolata e servita con generose dosi di parmigiano grattugiato.

Il Ministero della Giustizia ha riconosciuto che “i Pastafariani adorano il Prodigioso Spaghetto Volante, come loro supremo dio”, e che le attività della congregazione hanno lo scopo di “predicare il vangelo del PSV e convertire i credenti in discepoli”.
Tuttavia, il Ministero ha rilevato che l’obiettivo dei Pastafariani di “predicare la luce delle polpette e degli spaghetti” manca di sostanza logica e ragionevole – nonostante il fatto che si eviti accuratamente la questione della transustanziazione – e che l’intenzione della leggermente salata religione non è quella di adorare una qualsiasi entità divina.

D’altro lato, il ministero ha riconosciuto che il Pastafarianesimo promuove il “pensiero critico”, mettendo in discussione alcuni valori e supposizioni.

Anche se il ministero non ha delineato precisamente quali valori siano sottoposti al controllo filosofico del culto al dente, noi di LSM vogliamo dire che il primato del ragù può appartenergli, insieme con l’opposizione alla nozione eretica di gettare la pasta contro il muro per vedere se si attacca.

La polizia di sicurezza ha detto nelle sue conclusioni che quella Pastafariana non può essere considerata una vera e propria congregazione religiosa e che le sue parodie di pratiche e credenze religiose potrebbero insultare i sentimenti religiosi di alcune persone.
I sentimenti di coloro con sistemi digestivi intolleranti al glutine non sono stati presi in considerazione, a meno che tali risultati non siano stati classificati come top secret.
In ogni caso, è rassicurante sapere che i servizi di sicurezza sono coinvolti nel caso, data la possibilità di Pastafariani radicali che predichino la supremazia degli gnocchi, della polenta e di altre forme estremistiche di consumo di amido.
Nel frattempo, Juris Jansons dell’Ombusdman ha dichiarato che non è chiaro se il rifiuto di registrare la Congregazione Pastafariana di Riga sia in linea con la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.
Citando sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), l’Ombusdman ha sostenuto che le autorità statali hanno l’obbligo di rispettare la neutralità, di promuovere la tolleranza religiosa tra i vari gruppi religiosi e di evitare soluzioni che limitino il pluralismo.

Il Pastafarianesimo è legalmente riconosciuto come religione nei Paesi Bassi e in Nuova Zelanda.

La posizione della Lettonia può ora essere considerata ufficialmente “anti-pasti”.

 

Articolo originale

 

Traduzione a cura del gruppo Interpreti e Traduttori della Chiesa Pastafariana Italiana

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Lieviti di birra ale: i loro geni, la loro storia

Quanto sono diversi i ceppi di Saccharomices cerevisiae usati per produrre birre a fermentazione alta e vino? Un gruppo di scienziati appartenenti a università ubicate tra Portogallo, Argentina e Germania ha mostrato che il genoma dei lieviti usati per la birra non solo li rende chiaramente distinguibili dagli altri, ma che ha una storia complessa, che reca svariati segni di addomesticamento.

Come molti di voi sapranno, la sacra bevanda è prodotta dalla fermentazione di zuccheri derivati da amidi presenti nei chicchi di alcuni cereali. Le birre lager sono a bassa fermentazione, ossia, dopo la fermentazione i lieviti (alcuni ceppi ibridi di Saccharomyces pastorianus) si depositano sul fondo. Invece le birre ale sono più vicine alle antiche tipologie di birra e fermentano grazie a Saccharomices cerevisiae, un lievito ad alta fermentazione, che dunque forma una schiuma al di sopra del mosto.

In una ricerca pubblicata di recente sulla rivista Current Biology, Margarida Gonçalves e collaboratori hanno mostrato che, al contrario dei lieviti usati per il vino che sono tutti geneticamente molto simili tra loro, i lieviti per birrificazione ad alta fermentazione non solo sono più diversificati dal punto di vista genetico, ma addirittura non si riesce a risalire a un antenato comune (si dice che sono polifiletici). Le analisi del DNA dei lieviti per produzione di birra mostrano che il gruppo più importante include tre sottogruppi, i quali sono rappresentati principalmente dai ceppi di birra tedesca, inglese e Weizenbier (birra di frumento). I lieviti usati per produrre altri tipi di birre ale sono imparentati più strettamente con quelli impiegati nella produzione di vino o sakè, oppure nella panificazione.

Inoltre la birra ha una storia lunga e intrigante, poiché, risalendo a oltre 5000 anni fa, è una delle nostre bevande più antiche, ed è stata diffusa in Europa dalle tribù celtiche all’incirca duemila anni fa. Basandosi sulle prove a disposizione, i ricercatori hanno mostrato che l’emergenza del gruppo principale dei lieviti di birra è avvenuta in un evento ben distinto rispetto a quello, già noto, che ha riguardato l’addomesticamento dei lieviti per vino e sakè.

Una possibile spiegazione alla difformità dei ceppi usati per la birra può farsi risalire alle differenze fondamentali tra la vinificazione e la birrificazione. Quest’ultima dipende fortemente dalle modalità con cui viene via via aggiunto il lievito in fase di fermentazione, e non ha una connotazione marcatamente stagionale come nel caso del vino. Inoltre, la varietà di materie prime e tecniche per la birrificazione può aver portato all’instaurazione di diverse modalità di selezione artificiale (e quindi addomesticamento) dei lieviti. La ricerca di nuove varietà di birra può aver indotto gli artigiani a cooptare i ceppi originariamente usati per pane, vino e sakè adattandoli alla produzione di birra ad alta fermentazione (da notare che non succede il viceversa, cioè non si conoscono ceppi di lieviti originariamente usati per la birra e poi adattati alla vinificazione o alla panificazione).

Questo primo sguardo alla genetica dei lieviti da birrificazione schiude interessanti prospettive per la conoscenza di uno dei microbi senza dubbio più utili all’umanità.

Fonte: Gonçalves et al.: “Distinct Domestication Trajectories in Top-Fermenting Beer Yeasts and Wine Yeasts”, Current Biology (2016), doi:10.1016/j.cub.2016.08.040

Immagine in evidenza di Forrest Tanaka, licenza CC BY-NC-ND 2.0

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