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Il grande gioco all’equivoco

Oggi ho sentito un discorso di Bertrand Russell, quel piccolo capolavoro che e’ “Perche’ non sono cristiano“. I primi cinque minuti li passa a parlare di cosa vuol dire “cristiano”, dicendo non senza una punta di ironia (e forse sconforto) che il termine non vuol dir piu’ molto; che il termine un tempo significava accettare una serie di credenze precise alla sillaba ma che cio’ non era piu’ vero. Diceva questo il 6 marzo 1927, quasi un secolo fa. Ma quand’e’ che essere cristiano aveva un senso preciso? Quando e’ stato che si e’ visto un fronte cristiano coeso, compatto, dotato di un’unica dottrina?

Forse nei 4 secoli precedenti il suo discorso qualcosa si trova.
No, alla fine del medioevo in effetti c’e’ stato quello screziuccio da niente chiamato riforma e controriforma…
Dai, 4 e 4 otto, torniamo al 1200!
Se si facevano le crociate, bisognava che i cristiani fossero ben uniti! Eh, spiegatelo ai poveri cristiani albigesi, che di crociata se ne sono vista arrivare una dietro il collo, per non parlare del fatto che sono stati tra le primissime vittime dell’inquisizione, solo perche’ credevano al bambin gesu’ nel modo “sbagliato”.
Anno 1000?
di li a poco scisma d’oriente e d’occidente, mica una cosa da poco! Scomuniche magiche che volavano da tutte le parti, oltre alla importantissima questione di chi e’ che doveva avere il ruolo di discendente degli apostoli e indossare l’armatura d’oro!

In realta’ ci mancano piu’ o meno 30.000 rami

Ok, facciamo cosi’, saltiamo direttamente alle origini della chiesa: concilio di nicea, anno 325. No, li’ non erano manco d’accordo su se il protagonista fosse un dio o meno. E i vangeli e gli atti degli apostoli a sentire certi professoroni come Ehrman sono stati messi per iscritto per avere una pezza d’appoggio nelle diatribe con altri che si definivano cristiani ma non erano d’accordo su un’infinita’ di cose. In particolare ci sono i cristiani gnostici che esistono ancora oggi dal II sec. e hanno una dottrina che e’ un bel po’ diversa da quella di qualsiasi altro cristiano.

Che pero’, dai, non siamo superficiali, parliamoci con queste persone!
E a parlarci si scoprira’ che pure tra quelli che dicono di appartenere alla stessa dominazione, gente che magari a messa ci va e si siede fianco a fianco, beh non sono d’accordo tra loro manco su di che colore e’ il cavallo bianco di napoleone. E spesso e volentieri pure una singola persona non rispondera’ allo stesso modo durante tutta la sua vita di credente. Come pure tal volta capitera’ che vi dica in un momento che per andare in paradiso bastano le opere e poi recitera’ a memoria che extra ecclesiam nulla salus, che vuol dire precisamente che non bastano le opere.

Ma non si pensi che questo e’ un atteggiamento esclusivo dei cristiani! Tutte le religioni hanno questo meccansimo frattale di disaccordo continuo, in cui per ogni insieme di idee e teste si troveranno due sottoinsiemi divisi su questa o quella opinione. Eppure su una cosa sono sempre tutti d’accordo, “la nostra e’ l’unica vera fede”. Il buon segnodellacrocista seriale sara’ sempre d’accordo con chi gli dice che “noi cristiani abbiamo la Verita’ “.

Il problema e’ che quando se lo dicono, e’ solo un equivoco. Immaginate la convention degli amanti della pesca, dove gli amanti della pesca entrano gratis.

-“Quanti biglietti?” fa il bagarino
-“Nessuno, noi amiamo la pesca” risponde Sampei il pescivendolo
-“Ah perfetto, entrate pure. Prossimo gruppo, quanti biglietti?” chiede il bagarino guardando oltre
-“Anche noi amiamo la pesca!” esclama Alvaro il contadino
-“Ammazza, che culo oggi, da questa parte!” fa il bagarino pensando che pure stasera la pastasciutta se la prende solo alla mensa dei poveri

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Vi fa un po’ strano? beh, per le religioni e’ proprio la stessa cosa, vanno d’amore e d’accordo fin quando non si spiegano a vicenda che stanno dicendo. Ma questo tipo di equivoco del concordare su frasi identiche perche’ si sostengono significati spesso diametralmente opposti, non e’ solo un fatto incidentale, bensi’ un elemento centrale della capacita’ delle religioni di proliferare e adattarsi. La comunita’ cristiana nemmeno si formerebbe se portassero scritto in fronte chi ci crede e chi no alla storiella della donna costola o quella della vergine che rimane tale durante il parto.

Il movimento ateo inglese, infatti ha deciso di vedere il bluff e davanti a un censimento che riportava un solido 50% e rotti di cristiani, ha commissionato un sondaggio che andasse oltre l’equivoco del nome e chiedesse se si intendesse la cattura di pesci o la frutta, con il risultato che di quei cristiani meno della meta’ ritiene che un certo gesu’ cristo sia esistito e risorto in quanto figlio di dio.

Prendi due di quei cristiani anglosassoni, presentali dicendo “bill, questo e’ todd, todd, questo e’ bill, siete entrambi cristiani” e quei due penseranno di avere qualcosa in comune, chiudi la presentazione con “bill pensa che gesu’ sia il figlio di dio risorto per i peccati dell’uomo, todd festeggia il natale per avere i regali” e improvvisamente bill sente salirgli l’inquisizione spagnola e lo trovi che ammassa legname.

Ma non e’ solo nell’ unire una comunita’ che piu’ divisa non potrebbe essere, che gioca questo equivoco. Ha anche un altro aspetto fondamentale: far credere alle persone che non abbiano abbandonato la fede dei loro bisnonni (o quella dei primi cristiani, quali che fossero).

«Molti sistemi di religione devono essere esistiti molte epoche prima che l’arte della scrittura fosse scoperta, e molte sono passate attraverso i molti cambiamenti prima che i racconti, i miracoli, la storia, le profezie e gli errori venissero fissati e pietrificati in parola scritta. Dopo questo, il cambiamento divenne possibile solo dando nuovi significati a vecchie parole, un processo reso necessario dalla continua acquisizione di fatti in qualche modo inconsistenti con una interpretazione letterale delle “sacre scritture”. In questa maniera una onesta fede spesso prolunga la sua vita con metodi disonesti; ed e’ questa la maniera in cui i cristiani di oggi tentano di armonizzare il racconto mosaico della creazione con le teorie e scoperte della moderna scienza.» (Errori di Mose’ cap. 5, R.G. Ingersoll)

Questo meccanismo permette alle religioni di rinnovarsi completamente, di evolvere e rigettare tutto quello che si sosteneva fino al giorno prima, pur continuando ad affermare di non essere mai cambiate e di essere anzi di antichissima origine, nonostante le posizioni dei cattolici moderni li avrebbero fatti finire sul rogo in quattro e quattr’otto solo qualche generazione prima.

Un esempio? alzi la mano chi ha sentito una variante di “la mente umana non puo’ concepire dio” in reazione al paradosso della pietra (quella pietra cosí pesante che se dio la crea poi non riesce a sollevarla). Bene, la chiesa si e’ pronunciata sulla questione in maniera perentoria, a sostenerlo c’e’ da incorrere nelle stesse pene in cui incorse tal Agostino Bonnetty, che ebbe la sventura di dire queste cose quando la chiesa ancora aveva il potere di agire per un’opinione, prima cioe’ che fosse fermata a cannonate.

Un altro esempio di come le parole cambino di significato nel tempo lo troviamo in Marco 9:1 E diceva loro: «In verità vi dico: vi sono alcuni qui presenti, che non morranno senza aver visto il regno di Dio venire con potenza». Stranamente nessun cristiano cerca questi bimillenari superstiti per chiedergli gesu’ che tipo era. Le parole sono rimaste, ma il significato ora e’ diventato una metafora.

Di cosa non si sa bene, ma fin tanto che regge l’equivoco, son tutti contenti.

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Lettera all’Ordine degli Avvocati di Salerno

Con posta pec, il Presidente della CPI ha inviato la seguente richiesta all’Ordine degli Avvocati di Salerno che, ad oggi, non ha risposto alla missiva.
Invitiamo i pirati pastafariani a prendere visione del documento e ad esprimere opinioni a riguardo nelle apposite aree di discussione.


 

 

Alla cortese attenzione 

del Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Salerno
avv. Americo Montera

e del Consigliere delegato

avv. Fabio Moliterno

 

La Chiesa Pastafariana Italiana riceve notizia
che in data venerdì 16 dicembre 2016, presso l’aula Parrilli del Palazzo di
Giustizia di Salerno, con la collaborazione dell’Associazione “Avvocatura in
Missione”, il S. E. Mons. Luigi Moretti presiederà la Celebrazione Eucaristica.

Appellandoci agli articoli 7 e 8 della nostra
Costituzione che sanciscono l’eguaglianza delle religioni; al principio di
laicità declinato dagli articoli 2, 3, 19 e 22; a quanto ribadito dalla
sentenza n. 203 del 1989 dalla Corte costituzionale;

richiamando inoltre il principio pluralista,
derivante dai citati articoli, secondo il quale non dovrebbe essere possibile
allo Stato italiano dare prevalenza a un orientamento religioso o ideologico
rispetto ad un altro,

chiediamo

che la Celebrazione Eucaristica programmata per
il 16 dicembre 2016 si tramuti in un rito misto, affinché Pappa Scialatiella
Piccante I, pastefice massimo della nostra chiesa, possa prendere parte
all’evento pronunciando solenne pennedizione pubblica.

Ci rendiamo altresì disponibili per presiedere,
nella persona della nostra Pappessa, ad un evento interamente dedicato al culto
pastafariano: reputiamo infatti che l’Ordine degli Avvocati di Salerno – città
che ha dato i natali alla nostra amata Pappa – trarrà beneficio dal confronto
spirituale con una religione in grado di richiamarlo alla laicità dello Stato.

Nell’augurio che la passione per la legge apra le
menti, come avviene nei pastafariani per amor di fede, porgiamo i nostri più
ciordiali saluti.

Lì, Granarolo dell’Emilia, 12 dicembre 2016

Il Presidente
Marco Miglianti

Sede: Via Roma n°50 – 40057
Granarolo dell’Emilia (BO) – Codice Fiscale 91374300373 – IBAN
IT84J0501802400000000197547

w
eb: http://www.chiesapastafarianaitaliana.it – Email: info@chiesapastafarianaitaliana.it

 

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Pastafariani a Non Una di Meno

pirati-ahrroma-donne2Se il Prodigioso Spaghetto Volante si riavesse dalla divina sbornia, si stupirebbe moltissimo del fatto che le donne non siano ancora libere.

Si stupirebbe di constatare che, nella realtà concreta, esse non hanno pari diritti nel mondo del lavoro, che il lavoro tramuta la maternità in un ostacolo o in un problema, che siano oggetto di attenzioni sessuali non gradite, che siano violentate o discriminate, che siano moralmente condannate se non desiderano avere figli o se vivono con disinibizione la propria sessualità.

Ecco, il Prodigioso Spaghetto Volante si scandalizzerebbe.

In effetti, anche noi pastafarian* siamo perpless* di fronte ad alcune incoerenze.

Se la maternità è un dono, allora perché viverla come una malattia o perché, in quanto lavoratrici, esserne penalizzate? Se la sessualità è piacere, ma anche responsabilità, allora perché non introdurre nelle scuole un’educazione alla sessualità, al rispetto del proprio e dell’altrui corpo? Se la donna è davvero una persona e non un contenitore di progetti e volontà altrui, perché non può stabilire se e quando avere figli? Se l’aborto è un’esperienza dolorosa, difficile, perché non favorire alternative come la contraccezione farmacologica? Perché non agevolare l’accesso alla pillola RU486?

Se il Prodigioso Spaghetto Volante si fosse riavuto dalla sua divina sbronza proprio sabato 26 novembre, di certo si sarebbe compiaciuto di vedere la sua Chiesa partecipare al corteo “Non Una di meno”.

Avrebbe visto una manifestazione potente, avrebbe fatto Egli stesso carico di energia nell’apprezzare lo scambio di buone pratiche. Avrebbe visto tanti e tante, uomini e donne di ogni età, provenienza e appartenenza, fianco a fianco per costruire un mondo nuovo, determinato da un altro genere di relazione tra uomini e donne. Sarebbe stato contento di vedere i suoi pirati consci che non basta piangere eventi passati: sono necessari appuntamenti a larga scala, capillari, per spingere la società a bendare l’occhio stolto e aprire la mente alla ricerca di soluzioni. La violenza sulle donne, che ha origini strutturali specifiche, esige soluzioni pertinenti e un dibattito focalizzato.

Alla Chiesa Pastafariana Italiana appare evidente e naturalissima la differenza tra persone; proprio sulla base di tale differenza non esistono differenze tra pirat*. Auspicando allora che pari opportunità ci siano tra i cittadini tutti, la CPI ha aderito alla manifestazione assumendosi un compito importante: dare il buon esempio a quelle organizzazioni religiose che utilizzano la propria influenza per conservare dettami, presentati come condizioni per una società morale, ma che alla prova dei fatti producono disparità e conflitti. Lo conferma – e lo vediamo persino con un occhio solo – il numero spaventoso di donne vilipese e violentate in quanto donne, discriminate in quanto donne.

La Chiesa Pastafariana Italiana non vuole donne “assolte”, vuole donne risolte, ovvero libere. Ha fede nella loro capacità di decidere e organizzarsi in merito a se stesse, per tale ragione non ha aderito al corteo per mera solidarietà, ha voluto dare unzione sacra e pennedizione alla azioni civili e politiche che da queste giornate si stanno dipanando, sviluppando non un memoriale, bensì un articolato programma.

Anche noi useremo la nostra influenza: condiremo, amalgameremo, scaldaremo il prodigioso lavoro delle associazioni, dei collettivi, dei movimenti che si stanno adoperando affinché non capitino più situazioni paradossali come quella dell’affermazione di una legge e della sua contemporanea impraticabilità, a causa dell’obiezione incosciente a tasso di strumentalizzazione del 90% [ogni riferimento alle legge 194/78 è voluta].

Riteniamo sia il momento di raccogliersi per far sì che il Piano straordinario contro la violenza sessuale e di genere, proposto come modo di istituzionalizzare i centri anti-violenza, non si traduca in un tentativo di estromettere le competenze e la storia di chi quei centri ha visto sorgere e li ha gestiti facendoli funzionare. Chiediamo che abbia peso politico l’esperienza femminista, che questa sia impiegata come opportunità di liberazione anche del genere maschile, altrettanto bisognoso di sottrarsi a stereotipi che lo privano di umanità, avvalorandolo e legittimandolo solo nelle posizioni di comando, che spesso si traducono in posizioni di abuso.

Il PSV contempla nel Vulcano di birra uno spettacolo eterno. Spogliarellist* si avvicendano in una danza eterna. Hanno tutt* scelto di farlo, ciascun* smette quando vuole, ama il proprio corpo, adora scivolare nella musica. Nessun* sfrutta, nessun* usa, nessun* deride. La gioia di un* è presupposto della gioia dell’altr*.

Il nostro paradiso, privo di servitù e di gerarchie, ispiri i progetti umani da edificare in terra.

Come nel Vulcano di birra così in terra. Ramen.

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close-up of spaghetti garnished with basil

La geografia della pasta italiana: una breve storia geografica della pasta

Meglio ch’a panza schiatta ca ‘a roba resta.

Meglio che la pancia scoppi piuttosto che il cibo resti nel piatto.

– Proverbio napoletano

Narra la leggenda che quando Marco Polo tornò a Venezia dalla Cina nel 1298, egli portò con sé la ricetta per la preparazione, a partire da un impasto a base di farina, degli spaghetti che poi andavano cotti in acqua bollente e serviti con un condimento di salsa dal gusto deciso. Tuttavia non vi sono prove che la pasta si sia diffusa attraverso l’Italia da Venezia (si veda la Figura 1 per un ripassino sulle regioni italiane e sulla posizione geografica delle città menzionate in questo studio). In effetti, può essere che si sia diffusa dalla Sicilia verso il nord. Altre fonti attribuiscono l’origine della pasta a Teodorico di Ravenna, Re degli Ostrogoti (circa 523 d.C.), e altri ancora agli Etruschi. Infatti, alcuni affreschi del quarto secolo avanti Cristo che si trovano nella Tomba dei Rilievi etrusca vicino a Cerveteri mostrano gli strumenti e gli ingredienti di base per la preparazione della pasta. Inoltre, alcuni dipinti raffiguranti dei banchetti mostrano i festeggianti mentre mangiano quello che ha tutto l’aspetto di una specie di lasagna.

Sembra che i Romani non abbiano tramandato questa tradizione, ma è stato notato che le laganae, i precursori delle lasagne, erano molto diffuse nei tempi antichi. Nelle sue Satirae (Libro 1, VI), Orazio descrisse il pasto di un contadino che tipicamente consisteva di una zuppa vegetale rustica (pultes) che conteneva spesse strisce di laganae essiccate. Tuttavia Marco Gavio Apicio, nel De Re Coquinaria, diede istruzioni precise sulla preparazione delle laganae soffici; e qui si trova la distinzione tra pasta fresca (fatta con uova e farina, che divenne il piatto dei ricchi) e pasta secca (fatta senza uova, che era il cibo dell’uomo comune).

wheat-1510917_1280L’ascesa della pasta fu un’evoluzione prevedibile. Nel 70 a.C. la produzione del frumento in Sicilia raggiunse i 250 milioni di chilogrammi e l’importazione di questo cereale a Roma per mare da tutte le regioni di produzione superò i 400 milioni di chilogrammi. Eppure, nonostante a Roma i granai avessero un’ampia capacità di stoccaggio, il frumento era soggetto a infestazioni da parte di funghi, muffe e parassiti. Per questo motivo, nel 62 d.C. Nerone fu costretto a deliberare che tutte le scorte che si trovavano nei granai romani venissero gettate nel fiume Tevere.

Può darsi dunque che la tradizione di mescolare frumento con acqua e di far seccare l’impasto così ottenuto sia nata come un mezzo per prolungare la durata di conservazione del frumento e facilitarne il trasporto: il cereale arrivava a Roma e Napoli già in forma di impasto, cosa che gradualmente incentivò questi centri urbani a dar vita alla propria produzione di pasta.

D’altro canto il geografo arabo Al-Adrisi scrisse che l’arte di fare gli spaghetti, o i più sottili vermicelli, raggiunse la Sicilia con le carovane nordafricane all’incirca nel 1100 d.C.; su quell’isola, essi trovarono dei requisiti essenziali, come frumento di semola di grano duro, acqua dolce e sole e vento abbondanti che potessero far essiccare il prodotto spianato. Si ipotizza in effetti che la parola “maccheroni” derivi dal siciliano maccarruni che significa “impastato con la forza”. Nel 1279 i macharonis furono registrati su un carico diretto dalla Sicilia a Genova. È probabile che i Genovesi, instancabili commercianti, li trasportarono per tutta la penisola e che il loro uso si sia diffuso verso l’entroterra partendo dai porti principali.

Sembra che la pasta non si sia evoluta al di là di vermicelli, gnocchi e lasagne fino al Trecento. Eppure alcuni documenti del quindicesimo secolo, come il De Honesta Voluptate di Padre Bartolomeo Secchi, fornivano ricette per forme di pasta che erano sia lunghe, sia cave. Non vi è dunque dubbio che, nel Medioevo, il consumo della pasta fosse consolidato in Italia, e che le sue forme avessero cominciato a diversificarsi. Giovanni Boccaccio (1313–1375) amava mangiare la pasta con un condimento a base di latte, e descrisse nel Decameron l’immaginario Paese del Bengodi dove “…eravi una montagna di formaggio Parmigiano grattugiato, sopra la quale stavan genti che niuna altra cosa fecevan, che fare maccheroni, e raviuoli, e cuocergli in brodo di capponi, e poi gli gittavan quindi giù, e chi più ne pigliava, più se n’aveva…”.

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Il grande compare della pasta, il pomodoro (derivato dal suo progenitore tropicale Lycopersicon esculentum), fu portato dall’America in Italia dagli Spagnoli e sembra venisse coltivato a Siena attorno al 1560 e nel Napoletano dal 1596, sebbene inizialmente fosse usato perlopiù come pianta ornamentale (con un valore legato essenzialmente ad un forte elemento di curiosità) che come fonte di nutrimento. La pasta non conquistò un’importanza fondamentale nella dieta napoletana fino al diciassettesimo secolo, e il sugo di pomodoro diventò di moda solo circa un secolo dopo. La pratica di condire la pasta col pomodoro iniziò nel porto siculo occidentale di Trapani, il che probabilmente indica che l’idea ebbe origine dal Mediterraneo occidentale. In ogni caso, tale pratica era consolidata al tempo in cui Vincenzo Corrado (1734–1836) scrisse il suo compendio di ricette intitolato Il Cuoco Galante, anche la prima ricetta dei vermicelli alla salsa di pomodoro fu pubblicata solo nel 1839, nella Cucina Casareccia in Dialetto Napoletano, un’opera solidamente provinciale scritta da Ippolito Cavalcanti, Duca di Buonvicino (1787–1860).

Quando liberò Napoli nel 1860, Garibaldi giurò che i maccheroni sarebbero stati la forza che avrebbe tenuto l’Italia unita. Ma invece che questa generica forma di pasta secca, la forza unificante si rivelò essere la più specifica forma degli spaghetti, che probabilmente era la più incline alla produzione di massa. Quando tale forma prese il sopravvento, alla fine del diciannovesimo secolo, Gragnano, vicino a Napoli, fu eletta centro della nascente “rivoluzione della pasta”, nella quale il grano dal Mezzogiorno era trattato in modo da potersi mangiare accompagnato da una salsa prodotta con il più meridionale dei vegetali, il pomodoro di San Marzano a forma di prugna. Le fotografie storiche dei fratelli Alinari, che risalgono all’incirca al 1890, mostrano strisce di maccheroni stese ad essiccare all’aria aperta su lunghi pali di bambù all’esterno di un pastificio a Torre Annunziata, sulla Baia di Napoli.

Come la pizza, che si sviluppò in Asia Minore e nel Medio Oriente allo stesso modo che a Napoli, la pasta può essersi sviluppata indipendentemente in diversi paesi, anche se si stabilì rapidamente quali fossero i suoi centri di diffusione. Entrambi i cibi hanno servito lo scopo, vitale e universale, di mettere a tacere l’appetito. Questo liberò i palati degli uomini ricchi che poterono così concentrarsi sui piaceri di un cibo più delicato. In seguito, quando gli standard della vita si elevarono durante la Rivoluzione Industriale, avrebbe risparmiato ai poveri i morsi della fame, ma fino a quel momento i poveri avevano potuto permettersi solo farina di granturco e di castagno, non farina di frumento, e un sugo o un ripieno di carne era un lusso quasi irraggiungibile. Ma, sebbene questo semplice cibo sia da allora divenuto onnipresente, le sue differenze geografiche sono tali da riflettere la straordinaria varietà della stessa cultura italiana.

Anche se l’Italia fu unificata nella decade del 1860, continua ad essere divisa da forti tradizioni regionali. Come praticamente qualsiasi altra cosa in Italia, i tipi e i formati della pasta hanno origini strettamente regionali. Il paradosso di un Paese antico, che però è anche in una Nazione giovane è stato rafforzato da secoli di campanilismo – l’aderenza ciascuno al proprio villaggio, il cui punto centrale è il campanile della chiesa. Il sospetto nei confronti di tutto ciò che è esotico è condensato nell’antico detto, usato a tutt’oggi, moglie e buoi dei paesi tuoi. Fino a tempi recenti la forma più pervasiva di tale conservativismo era quella relativa a cibo e dialetto (da cui la ricca varietà di nomi locali per specie comuni di pasta). Un cambiamento si è verificato solo con le tecnologie della seconda metà del ventesimo secolo; con la diffusione del linguaggio standardizzato, la televisione ha pressoché eliminato il dialetto, mentre la meccanizzazione della produzione del cibo ha reso universali, quando non svalutato, le prelibatezze locali.

Il resoconto che segue offre un breve compendio della letteratura sulle culture alimentari regionali. Dopodiché, esplora la geografia culinaria regionale, con riferimento soprattutto alla pasta in Italia. Al fine di facilitare l’interpretazione delle variazioni regionali, è stato sviluppato uno schema classificatorio per quei numerosi tipi di pasta che siamo riusciti ad identificare. Questo schema è applicato in modo da evidenziare, in ogni parte della penisola, le variazioni regionali della gastronomia e delle sue radici culturali e storiche. L’ultima parte dello studio valuta l’impatto che i moderni cambiamenti della società e dell’economia hanno avuto sulle tradizioni gastronomiche.

(continua…)

[Questo post e quelli appartenenti alla stessa serie sono la traduzione riadattata dell’articolo di David Alexander “The Geography of Italian Pasta”, The Professional Geographer (2000) 52: 553–566. doi:10.1111/0033-0124.00246. La traduzione è pubblicata con il permesso dell’autore. Si ringrazia Martina Oddo per la collaborazione.]

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Donne libere: donne che non sono sole

LETTERA

Ciao. Scusa se non scriverò bene, non sono molto abituata, anzi questa è in assoluto la prima lettera che scrivo.

Ho conosciuto voi pastafariani per caso, mi siete sembrati simpatici, ma non sono abbastanza esuberante per vivere come voi. Però ho iniziato a seguirvi su fb. Ho letto le cose che scrivi. Leggo sempre i post che sono pubblicati da te. Ho visto che sei una mamma e mi sono domandata spesso com’è avere una mamma come te.

Da qualche tempo ho notato che ti pronunci spesso sulla libertà sessuale delle donne e anche sulla violenza.

Perdonami se ti sembro morbosa… è che appari così buona e allegra, allegra anche se sei saggia. Mi chiedo anche come mai sei così attenta alla problematiche femminili, immagino che tu non abbia avuto questi problemi, per essere come sei, fortunata e senza pensieri.

Ho letto che domani siete a Roma, per una manifestazione a favore delle donne.

Io non faccio mai cose del genere, ma le ammiro tanto.

Hai scritto che porterai con te la storia di molte donne violate e ferite.

Allora… porta anche la mia.

È capitato che tra i 12 e i 13 anni mio cugino abbia approfittato di me diverse volte. Lui aveva 25 anni. Non sono mai riuscita a raccontarlo a nessuno. C’era il problema dei soldi all’epoca. Mio padre aveva perso il lavoro e mamma si era fatta prestare da mio zio i soldi per estinguere anticipatamente un debito. Sembrava che la mia famiglia poteva cadere in rovina. Dovevamo ringraziare mio zio. E che poteva succedere se io accusavo suo figlio? Oltretutto mio cugino era sempre quello che insegnava a tutti come campare. (altro…)

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Il fegato del pirata

LETTERA

Ogni tanto mi intrufolo nei vostri eventi e vi guardo in disparte, sorridendo.

Voi pastafariani siete buffi.

Parlate di imprese e arrembaggi, vi travestite con qualche rattoppo da pirati: ed ecco pronti gli eroi.

Non intendo criticarvi, anzi, ti sto scrivendo con una certa benevolenza. Direi di aver posato su di voi uno sguardo alquanto indulgente, da genitore che osserva dei bambini giocare alla guerra, alle avventure, sapendo che presto si ficcheranno a nanna sotto coperte che nessuna bomba verrà a squarciare.

Non elencarmi le splendide, edificanti attività in cui vi impegnate, lo sforzo divulgativo, contro-informativo… ti ho ascoltato, sei esaustiva e convincente. So tutto di Idomeni, di Como, della battaglia anti-gender, dell’attivismo satirico. Le mie domande sono più nette. C’è ancora posto per azioni di coraggio in un’esistenza a temperatura media come la nostra? E il vostro è autentico coraggio? O è solo una finzione molto ben interpretata, diciamo… con sincera immedesimazione? Le ingiustizie contro cui vi agitate sono davvero una minaccia? O sono mostri a cui va a caccia il bambino per interrompere la noia del pomeriggio?

G. A.

RISPOSTA

Coraggio. Azione di cuore. Avere cuore. Avere forza.

L’eroe classico era un comune cittadino che partiva alla guerra, dotato di straordinarie virtù umane, grazie alle quali egli era in grado di sacrificarsi per il bene di tutti. La gloria eroica, dunque, è conquistata dall’uomo che supera la dimensione personale per quella comunitaria. È l’“io”, “per voi”.

Mi chiedo se la guerra, la miseria, la dittatura, ovvero condizioni estreme di vita, siano le sole a poter attivare il coraggio.

Mi chiedo se la guerra, la miseria, la dittatura, spuntino come funghi, all’improvviso, dopo un’occasionale piovuta; se non siano invece lungamente preparati dalla mentalità, dalla cultura che si forma nelle scuole, nelle case, nelle chiese, nelle strade. Nelle nostre camerette. E camerate.

Mi chiedo se gli incubi sconvolgono le menti solo dopo grandi abbuffate o biblici digiuni, o non striscino nella psiche anche durante il sopore apparentemente innocuo della noia pomeridiana. (altro…)

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Tortellini Hero. Eroi per molti, ma non per tutti

Lo confesso, a volte è difficile rimanere impassibili di fronte a certe cose. Allora mi ripeto che devo essere tollerante, accettare anche gusti diversi dal mio e mi dico: se li trovo sullo scaffale ci sará qualcuno che li compra e addirittura se li mangia…
Il dubbio però rimane perchè non conosco nessuno che farebbe una cosa del genere e faccio addirittura fatica a immaginarlo. Che razza di vita può avere? Di secondo cosa si prepara? Bambini fritti in olio di palma?
Il produttore di quIMG_20161016_195304esta delizia in scatola è la Hero, ditta svizzera ben conosciuta anche in Italia per le marmellate. Fondata nel 1886 da Gustav Henckell, impiegato in una ditta di cibi conservati, e Gustav Zeiler un agricoltore. Inizialmente prese il nome di “Henckell & Zeiler, Conservenfabrik Lenzburg”. Tre anni più tardi, in seguito alla scomparsa di Zeiler, subentrò come socio Carl Roth e nel 1910 l’azienda prese il nome che conosciamo dalle iniziali dei due: HEnckell-ROth.
Nonostante ancora oggi la produzione di conserve vegetali rimanga l’attività principale, fin dal secondo dopoguerra la Hero comincia la produzione di altri prodotti, tra cui, nel 1948, i ravioli in lattina.
In un supermercato spagnolo mi sono imbattuto in questa magnifica confezione di tortellini in cui è specificato che sono all’uovo e con carne.
Come si può notare già sull’immagine in etichetta, il tortellino è condito con il sugo di pomodoro e qualche fogliolina di prezzemolo.
Evidentemente il consumatore spagnolo non ha molta dimestichezza con lotta intestina che divide gli italiani tra i puristi del tortellino in brodo e la fazione ribelle per i quali è ammesso condirlo anche con panna e parmigiano. Questa diatriba continua da almeno mezzo secolo, da quando la Cesarina, dell’omonimo ristorante bolognese, inventò questa variante e si rinnova senza tregua sulle tavole bolognesi, almeno ogni Natale.
Sicuramente solo fuori dai confini italiani, è concepibile affogare il re delle paste ripiene nella salsa di pomodoro, anche se, purtroppo, questo non è nemmeno il difetto peggiore di questo piatto.
Il purista lo sa che aprendo questa lattina si compie una sorta di sacrilegio e, dal primo momento in cui si infila il dito nell’anello apriscatola si percepisce cosa doveva provare Frodo alla vista dell’occhio infuocato di Sauron. Dopo un primo momento di puro terrore, ci si fa forza e il contenuto viene svelato.
I tortellini pallIMG_20161016_194103idi ed esanimi galleggiano incolpevoli nella salsa rossa di vergogna. A questa vista sembra che i pastafariani più sensibili possano percepire un tremito nella forza.
Una volta scaldati, rigorosamente nel microonde, si procede all’esame autoptico: la pasta del tortellino, tagliata in forma quadrata è stato ripiegata non a triangolo, come vuole la tradizione, ma a rettangolo (si capisce dalla mancanza della “punta” che dovrebbe uscire al centro) e presenta la tipica chiusura con sovrapposizione industriale dei lembi. L’aspetto, con la sacca centrale ben rigonfia, rimane l’aspetto più apprezz Al taglio la pasta spessa racchiude un ripieno dal colore grigiastro, dalla consistenza di una mousse.
L’assaggio rivela la predominanza della salsa di pomodoro, particolarmente acidula e senza alcun aroma. Ciò non aiuta ad apprIMG_20161016_194356ezzare il tortellino molle e completamente insapore. Il ripieno è un composto viscido che si può decifrare solo tramite l’etichetta: pangrattato, carne di maiale (6,5%), olio di palma, prosciutto (1%), sale, formaggio, aromi.
Pertanto, considerato che sull’etichetta gli ingredienti sono disposti per quantità decrescente, se ne deduce che il pangrattato rappresenta almeno il 90% del ripieno.
Forse, anzi sicuramente, si possono trovare cibi in scatola più scadenti di questo, ma a mio parere qui si sta lottando per il podio.
L’unica utilità che possono avere è quella di spacciarli come propria creazione casalinga per allontanare qualsiasi scomodo pretendente alle nozze.

 

 

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Immagine di Nik Frey, CC BY 2.5

Come i pastafariani salveranno il mondo dai cambiamenti climatici

Tutti voi ben sapranno che, con il declino della pirateria, le temperature medie terrestri hanno cominciato a salire, come mostrato dal seguente grafico. E come spesso implicato, per esempio, da alcuni oppositori dei vaccini, una correlazione implica sicuramente una causalità.

Immagine di Mikhail Ryazanov, CC BY-SA 3.0

A dire il vero il nesso causale tra numero di pirati e riscaldamento globale è ancora da chiarire. Tuttavia un gruppo di ricerca dell’Oak Ridge National Laboratory potrebbe aver escogitato un modo in cui i pirati (e i pastafariani in genere) possono contribuire efficacemente alla mitigazione dei cambiamenti climatici, ossia consumando alcolici.

Gli scienziati sono riusciti infatti a usare l’anidride carbonica (il gas principale responsabile del riscaldamento globale causato dall’uomo) e a convertirlo nella più utile delle sostanze chimiche: l’etanolo, altrimenti detto alcol etilico.

Come funziona? Va detto che il processo necessita ancora di qualche ottimizzazione, ma già di per sé è economico, riproducibile su grandi scale, efficace e si può portare a termine anche a temperatura ambiente. Serve solo un catalizzatore, un aggeggio che accelera le reazioni chimiche, fatto di nanoparticelle di rame incorporate in punte di carbone, e una tensione elettrica di appena 1,2 Volt (una normale batteria al litio ne fornisce 3,7). Questo è sufficiente a convertire il 63% di anidride carbonica disciolta in acqua in etanolo.

La scoperta, sorprendente e per certi versi accidentale secondo le parole degli stessi ricercatori, è stata oggetto di un articolo pubblicato sulla rivista Chemistry Select. La parte più singolare è forse la capacità di un catalizzatore relativamente poco costoso di compiere tutta la reazione in una fase sola, mentre gli scienziati si aspettavano di dover mettere a punto più fasi.

Il successo è probabilmente dovuto alla disposizione innovativa delle particelle, che fornisce un numero elevato di siti dove la trasformazione in etanolo avviene in modo molto efficiente. Inoltre, l’uso e la combinazione di questi materiali ha permesso di limitare reazioni indesiderate che avrebbero prodotto materiali di scarto e potenzialmente tossici come il monossido di carbonio.

I ricercatori sono convinti che grazie all’uso di materiali economici la loro tecnica per creare etanolo possa essere adattata in modo da garantire la fornitura a livello commerciale e anche all’interno di sistemi per la generazione di energie alternative. L’eccesso di elettricità proveniente da impianti eolici o solari potrebbe essere usato per fornire etanolo da usare poi come combustibile nei momenti di funzionamento intermittente.

Noi tuttavia non siamo del tutto d’accordo con questa proposta. Insomma, non sarebbe meglio collegare una distilleria a ogni impianto?

Fonte: Song, Y. et al., “High-Selectivity Electrochemical Conversion of CO2 to Ethanol using a Copper Nanoparticle/N-Doped Graphene Electrode”. Chemistry Select (2016), doi:10.1002/slct.201601169

[Immagine in evidenza di Nik Frey, CC BY 2.5]

 

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Chef_Boyardee

Lasagne o non lasagne? Un cuoco italiano a Cleveland

Benvenuti in questa nuova puntata di “Sacrifici per la scienza pastafariana”.
Oggi presentiamo la lasagna in scatola della “Chef Boyardee” marca storica ed estremamente nota negli USA, fondata nel 1928 dall’immigrato italiano Ettore Boiardi, già proprietario del ristorante Giardino d’Italia di Cleveland. Il ristoratore italo-americano, in seguito alla richiesta di alcuni clienti di preparare e vendere i suoi sughi da asporto, iniziò a produrre le prime confezioni, firmandole con una traslitterazione del proprio nome, in modo che risultasse più o meno corretto alla pronuncia.
Tra le altre cose, parte del successo della Chef Boyardee è dovuta al fatto che rifornì di cibo in scatola le truppe americane durante la seconda guerra mondiale, facendosi conoscere in maniera capillare in tutto il paese.
Leggendo ” Lasagna” sull’etichetta vi sarete certamente chiesti come fa ad entrarci una lasagna in una lattina.
Con il termine lasagna si intende di solito un piatto di rettangoli di sfoglia alternati a condimenti vari (canonicamente ragú, besciamella e parmigiano) successivamente passato in forno. In realtà quella è solo la forma più comune. Accordandosi anche con il significato di lasagna nel medioevo, ovvero quadrati di pasta spianata larghi quattro dita, lessati e inframezzati da formaggio (e spezie), in alcune regioni con quel termine, a volte contratto in “sagna”, si intende ancora un formato di pasta piatto e largo che può essere condito in vari modi.
Purtroppo ciò che contiene questa scatola è solo un lontano ricordo di tutto ciò.
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Questa volta sono debitore a Silvia che mi ha portato questa specialità californiana che viene smerciata nei supermercati a due dollari e 19 centesimi. L’estrema convenienza è sicuramente il lato più positivo di questa scatoletta, ma ahimè anche indice della povertà degli ingredienti.
Al piatto si presenta un formato di pasta a noi sconosciuto, una sorta di maltagliato arricciato e corto, affogato in una salsa di pomodoro piuttosto liquida. Insomma, già alla prima occhiata non promette nulla di buono.
La pasta è particolarmente spessa con una consistenza fondente e scotta (nonostante venga dichiarata di semola sulla confezione) tanto che si rompe solo facendo pressione con la lingua sul palato. Il sapore di gran lunga prevalente è quello di una salsa di pomodoro poco aromatica, acidula e dolciastra. I minuscoli pezzetti di carne che vi galleggiano sono insapori e non aggiungono nulla al piatto.
Insomma, tra le varie specialità di questo tipo che ho assaggiato negli anni, forse è tra le più deludenti in assoluto. Se volete farvi del male, leggetevi anche la lista degli ingredienti.
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